Gli ultimi anni di vita di Mao Zedong (1893 – 1976) furono contrassegnati da un paradosso, ovvero l’uomo che dal 1949 dominava la scena politica della Repubblica Popolare Cinese (RPC), trasformandola attraverso nazionalizzazioni, campagne di massa e purghe politiche, arrivò alla fine della propria esistenza fragile nel corpo ma, al tempo stesso, simbolo ancora potente e indiscusso.
Mentre la sua salute si deteriorava, nelle stanze del Zhongnanhai, la Città Proibita del potere comunista, si consumava una lotta sempre più aspra per stabilire quale sentiero avrebbe dovuto imboccare la Cina dopo la sua scomparsa. Quando il decesso ebbe luogo, il 9 settembre 1976, il paese non perse soltanto la sua guida, il suo “Grande Timoniere”: si aprì anche una nuova fase nella storia del gigante asiatico.
Mao Zedong, nato il 26 dicembre 1893 nel villaggio rurale di Shaoshan (Hunan), aveva superato il traguardo degli ottant’anni ma la sua salute in declino era diventata, inevitabilmente, una questione politica. Una situazione che le corti della Cina imperiale avevano più volte vissuto in oltre duemila anni di avvicendamenti dinastici.
Il vizio del fumo, i problemi cardiaci e respiratori nonché una progressiva malattia neurologica, probabilmente la malattia di Parkinson, ne avevano limitato le capacità. Le fonti mediche non sono completamente concordi sulla natura delle patologie che lo afflissero. In ogni caso, nel 1976 Mao ebbe diversi attacchi cardiaci che ne compromisero definitivamente la salute.
Ma la debolezza fisica non significò la fine delle sue facoltà mentali e, di conseguenza, del suo potere. Mao continuava infatti a essere il fulcro del sistema politico che ruotava attorno al Partito Comunista Cinese (PCC) e soprattutto a costituire il punto di riferimento ideologico della RPC.
La sua figura era diventata il centro di un culto della personalità senza precedenti nella storia cinese: il suo volto era onnipresente e il Libretto Rosso, che raccoglieva le sue massime, era diventato un oggetto quasi rituale. Le sue parole erano presentate come una guida politica e morale, valida per ogni aspetto della vita, anche quotidiana. Quando il suo intervento diretto negli affari correnti della RPC diminuì, la macchina burocratica e amministrativa cinese subì un sensibile rallentamento poiché nessuna decisione importante poteva prescindere dalla sua posizione.
Per comprendere gli ultimi anni di Mao si deve risalire alla Rivoluzione culturale, iniziata nel 1966. Mao l’aveva promossa per rilanciare lo spirito rivoluzionario e combattere quelli che considerava elementi “borghesi” presenti nel PCC, in primis Liu Shaoqi (1898 – 1969) che dal 1959 ricopriva la presidente della RPC. Soprattutto era diventato essenziale per Mao riaffermare la propria autorità dopo i vistosi insuccessi del Grande balzo in avanti (1958 – 1961) e le critiche alla sua gestione che erano scaturite dal fallimento dell’ardito esperimento economico e sociale.
La mobilitazione degli studenti, inquadrati nei corpi delle Guardie rosse, degenerò rapidamente in violenze, persecuzioni nei confronti delle élite intellettuali della nazione, distruzione del patrimonio culturale e lotte interne al partito. Milioni di persone furono colpite dalle campagne politiche e i danni provocati all’istruzione, all’economia e alla struttura statale furono enormi.
Alla fine degli anni ‘60 Mao dovette progressivamente affidarsi all’esercito per riportare ordine su tutto il territorio nazionale. Fu necessario ordinare che milioni di giovani dei grandi centri urbani fossero inviati nelle campagne, per un periodo di rieducazione da parte direttamente dalle masse contadine.
Il protagonista di questa seconda fase fu Lin Biao (1907 – 1971), già distintosi nella guerra civile e successore nel 1959 di Peng Dehuai a capo dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL), indicato ufficialmente come suo successore dallo stesso Mao.
Ma nel 1971 Lin Biao cadde improvvisamente in disgrazia e morì, il 13 settembre, in un incidente aereo nei cieli della Mongolia, mentre cercava di riparare in URSS. La vicenda rimase avvolta nel mistero e rappresentò un trauma per il sistema maoista e l’opinione pubblica cinese: l’uomo presentato come erede designato del Grande Timoniere era diventato, bruscamente, un traditore.
Il “caso Lin Biao” contribuì a mostrare le contraddizioni della politica, interna ed estera, di Mao. Mentre la rivalità con l’URSS diventava sempre più accesa, sfiorando la guerra aperta tra il marzo e l’agosto del 1969, Pechino iniziò il tentativo, ideologicamente spericolato, di allacciare un rapporto diretto con gli USA, visti non più come un pericolo bensì un potenziale alleato per arginare l’imperialismo sovietico.
La storica visita di Richard Nixon nella RPC, nel febbraio del 1972, fu il risultato più spettacolare di questo riavvicinamento. Per Mao rappresentò l’ultimo grande successo internazionale. La Cina comunista, isolata da oltre dieci anni, si avviava verso una nuova collocazione nel mondo, mentre il conflitto sino-sovietico rendeva Washington un interlocutore strategicamente utile.
Conseguenza di questo avvicinamento fu anche l’ingresso della RPC nell’ONU e l’assegnazione, il 25 ottobre 1971, del seggio permanente che era stato, sino ad allora, della Cina nazionalista di Chiang Kai-shek (1887 – 1975), che aveva nell’isola d Taiwan la sua ultima roccaforte.
All’interno del paese, però, la situazione rimaneva altamente instabile. Il primo ministro Zhou Enlai (1898 -1976) cercava di garantire la continuità dell’apparato statale e di recuperare funzionari, docenti e tecnici che erano stati emarginati durante le fasi più radicali della Rivoluzione culturale. Accanto a lui riemerse la persona di Deng Xiaoping (1904 – 1997), già vittima delle purghe maoiste.
Deng sosteneva una linea pragmatica, orientata alla ricostruzione dell’economia e al funzionamento delle istituzioni. La sua visione si scontrava con quella dei dirigenti radicali raccolti intorno a Jiang Qing (1914 – 1991), ultima moglie di Mao, e ai suoi associati più stretti, una cricca particolarmente radicata a Shanghai composta da Zhang Chunqiao (1917 – 2005), Yan Wenyuan (1931 – 2005) e Wang Hongwen (1935 – 1992), che formavano quella che sarebbe stata poi chiamata “Banda dei Quattro”.
In questa situazione, politicamente estremamente fluida e mutevole, Mao tentò di consolidare i risultati conseguiti con la Rivoluzione culturale: a tal fine il X congresso del PCC, tenutosi tra il 24 e il 28 agosto 1973, gettò le basi per una nuova costituzione, poi promulgata nel gennaio del 1975.
Il 1976 fu l’anno decisivo. L’8 gennaio morì Zhou Enlai, figura che si era guadagnata il rispetto di tutta la RPC per aver sempre mantenuto una posizione moderata e prudente, anche nei momenti in cui la tempesta ideologica maoista infuriava con maggior forza.
Il contrasto tra la popolarità di Zhou e il crescente discredito della Rivoluzione culturale divenne evidente durante le manifestazioni spontanee di lutto. A Pechino, in aprile, migliaia di persone si radunarono in piazza Tiananmen per deporre corone e ricordare lo statista defunto. Le autorità interpretarono le proteste come un episodio “controrivoluzionario”. Deng Xiaoping, considerato vicino alla linea di Zhou, fu accusato di averle ispirate e venne nuovamente allontanato dai centri del potere.
La morte di Zhou rese ancora più urgente la questione della successione. Mao scelse come nuovo primo ministro Hua Guofeng (1921 – 2008), un dirigente relativamente poco noto che appariva come una figura di compromesso: non era infatti né vicino a Deng né solidale con la Banda dei Quattro.

La scelta di Hua mostrava quanto Mao fosse preoccupato di evitare che uno dei due schieramenti assumesse un vantaggio incolmabile sull’avversario. Nel frattempo la salute del leader precipitava. L’ultima apparizione pubblica di Mao risale al 27 maggio del 1976, quando incontrò, ormai debilitato e con palesi difficoltà a muoversi e a parlare, il primo ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto. Nei mesi successivi Mao trascorse sempre più tempo lontano dalla vita pubblica. Il 2 settembre subì un grave attacco cardiaco, sprofondando in condizioni critiche.
Il 7 settembre Mao entrò in coma, rimanendo in vita soltanto grazie al supporto delle apparecchiature mediche. Nella tarda giornata dell’8 settembre i medici constatarono che non c’erano più possibilità di recupero e le apparecchiature furono scollegate. Mao Zedong morì alle 00:10 del 9 settembre 1976, all’età di 82 anni.
Il governo non diffuse immediatamente la notizia. L’annuncio ufficiale arrivò infatti nel pomeriggio, attraverso la radio nazionale, accompagnato da un appello all’unità della nazione attorno al PCC.
La morte di Mao fu seguita da una settimana di lutto nazionale. La salma venne esposta nella Grande Sala del Popolo e oltre un milione di cittadini accorsero per rendergli omaggio. Le manifestazioni di dolore furono imponenti, ma ad alcuni osservatori stranieri non sfuggì che il lutto per Mao non ebbe lo stesso carattere, spontaneo e popolare, che aveva accompagnato la morte di Zhou Enlai, pochi mesi prima. Per una parte della popolazione Mao rimaneva il fondatore della nuova Cina; per un’altra era anche il principale responsabile delle catastrofi politiche ed economiche che avevano sconvolto la RPC negli ultimi vent’anni.
La morte del Grande Timoniere mise in moto una irrefrenabile trasformazione politica. Nelle settimane successive si consumò la battaglia decisiva per il controllo del partito, nella quale Hua Guofeng riuscì a prevalere rapidamente. Il 6 ottobre 1976 fece arrestare Jiang Qing e gli altri tre esponenti della Banda dei Quattro. Con questa operazione, relativamente indolore, terminò di fatto la Rivoluzione culturale, anche se il sistema politico e il culto di Mao sarebbero rimasti ancora a lungo.
Hua inizialmente cerco di mantenere la continuità con l’eredità del defunto leader. Ma il suo progetto non ebbe lunga vita. Nel giro di pochi anni Deng Xiaoping tornò al comando della politica cinese, diventando il principale artefice della svolta pragmatica che avrebbe trasformato profondamente l’economia della Cina continentale.
Il giudizio storico su Mao rimane estremamente complesso. Da un lato, fu il rivoluzionario hunanese che contribuì alla vittoria comunista del 1949 e alla costruzione di uno Stato cinese capace di porre fine al cosiddetto “secolo dell’umiliazione”, caratterizzato da frammentazione politica e ingerenze straniere. Dall’altro, le sue campagne politiche ebbero costi umani enormi.
Il Grande balzo provocò una delle peggiori carestie della storia contemporanea, sebbene su questo evento le discussioni e le polemiche sulla attendibilità dei dati non manchino, mentre la Rivoluzione culturale sicuramente distrusse carriere, famiglie e istituzioni, provocando con le sue persecuzioni un numero altissimo di vittime. Qualunque siano state le sue dimensioni, l’ampiezza della tragedia è difficilmente discutibile.
Per questo la morte di Mao può essere considerata una cesura fondamentale. Il 9 settembre 1976 non scomparve soltanto un esponente politico: terminò l’epoca in cui un singolo individuo poteva imprimere alla Cina trasformazioni radicali attraverso campagne di massa e continue mobilitazioni ideologiche. La nazione che Mao lasciava era molto diversa da quella che aveva preso in mano nel 1949: più forte sulla scena internazionale ma, soprattutto, profondamente segnata da decenni di conflitti interni, disastri economici e repressione.
Il paradosso finale è che Mao morì celebrato ufficialmente come un leader senza pari nella storia dell’umanità, mentre il sistema che aveva contribuito in maniera determinante a costruire stava già cercando una nuova strada.
La sua figura rimase al centro della legittimità del PPC, ma le politiche economiche e sociali della Cina imboccarono una direzione incompatibile con molti dei principi più radicali del pensiero maoista. La sua morte, dunque, non cancellò Mao dalla storia cinese ma lo trasformò in un’eredità da gestire, celebrare e contemporaneamente reinterpretare, con un percorso analogo a quello di altre figure chiave della plurimillenaria storia cinese.
Il corpo del “Grande Timoniere” venne imbalsamato e conservato mentre il suo mausoleo, inaugurato nel maggio del 1977, divenne uno dei luoghi simbolici della nuova Cina. La sua figura rimase impressa nella memoria collettiva in una forma ambivalente e controversa: padre fondatore per alcuni, dittatore responsabile di immense sofferenze per altri.
Tiziano Terzani, corrispondente del giornale La Repubblica a Hong Kong, scrisse alla notizia della scomparsa di Mao “il sole è tramontato sulla Cina”. Ovviamente la morte pose termine alla vita terrena e politica di Mao, ma non chiuse il problema della sua eredità; questione ancora oggi presente, mezzo secolo dopo quel fatidico 9 settembre 1976.

Bibliografia suggerita per ulteriori approfondimenti:
BASSO, Sergio. Mao Zedong. L’uomo che ha inventato la Cina di oggi, Rizzoli 2026;
CHANG, Jung – HALLIDAY, Jon. Mao. La storia sconosciuta, Longanesi 2006 [Mao: The Unknown Story, 2003];
HAN, Suyin. Il vento nella torre, Bompiani 1977 [Wind in the Tower: Mao Tsetung and the Chinese Revolution, 1949–1965, 1976];
SHORT, Robert. Mao, Rizzoli 2006 [Mao. A Life, 1999];
SPENCE, Jonathan D. Mao Zedong, Fazi Editore 1999 [Mao Zedong, 1999].