La cultura di Qijia, i cui limiti temporali si pongono oggi tra il 2200 circa e la metà del II millennio a. C., fu identificata più di un secolo fa, nel 1924, grazie alla scoperta del sito omonimo nel distretto di Guanghe (Gansu), da parte del celebre archeologo svedese Johan Gunnar Andersson (1874 – 1860).
Questa realtà del tardo neolitico può essere interpretata come una filiazione diretta della cultura di Majiayao (circa 3500 – 1800 a. C.) che ha visto la luce durante un lungo periodo di transizione, con sovrapposizioni e coesistenze. La sua presenza è attestata in centinaia di siti, scoperti dagli anni Quaranta del secolo scorso in poi, lungo le valli fluviali del Gansu, nel Qinghai orientale, ma anche nello Shaanxi occidentale e nelle regioni autonome del Ningxia e della Mongolia Interna sud-occidentale.
Dagli scavi condotti a Lajia, nel distretto di Minhe (Qinghai, in prossimità del confine con il Gansu), sono emersi i resti di abitazioni al cui interno sono stati ritrovati una ventina di scheletri umani, compreso quello di una donna con il suo bambino in braccio (nell’immagine in evidenza), in diverse posizioni.
Le condizioni del ritrovamento lasciano supporre che questa comunità, conosciuta forse impropriamente come la “Pompei dell’Oriente”, sia stata sorpresa da una calamità. Poiché la stratigrafia qui rilevata mostra la presenza di livelli alluvionali, si è ipotizzato che tale catastrofe, datata più o meno alla metà del XX secolo a. C., sia da collegare a un terremoto associato a una imponente piena del Fiume Giallo. Forse la stessa inondazione che Yu, secondo le fonti classiche il fondatore della semi-leggendaria dinastia Xia, riuscì a imbrigliare con le sue abilità ingegneristiche; l’impresa valse a Yu l’epiteto di Grande, unico fra tutti i sovrani cinesi.
Benché la cronologia interna sia soggetta a possibili revisioni con le scoperte future, la cultura di Qijia può essere divisa temporalmente in tre fasi: la più antica è successiva alla fase Machang, stadio finale di Majiayao; la seconda è denominata Qijia “classico” e la terza preannuncia la successiva cultura di Siwa, che fiorì tra XIV e VII secolo nell’alto bacino del Fiume Giallo.
Nel passaggio tra il neolitico e l’età del bronzo nel Nord-ovest, la cultura di Qijia oscilla tra innovazione e tradizione e documenta il ruolo svolto da questa regione nei processi di crescita sociale e tecnologica.
In contatto con le regioni della Pianura Centrale, tale cultura evidenzia stretti legami con quella Longshan dello Shaanxi. Molte caratteristiche infatti dimostrano che Qijia condivise le innovazioni, di varia natura, che contraddistinguono le culture tardo-neolitiche del medio e basso bacino del Fiume Giallo, come la differenziazione nella ricchezza dei corredi funebri (composti da mandibole di maiale, conchiglie cauri, dischi bi di giada ecc.) a seconda dello status dei defunti; la funzione discriminante assunta dalle inumazioni in posizione supina, riservata ai personaggi più importanti e ai loro familiari; la riutilizzazione di pozzi di discarica come luogo di sepoltura, verosimilmente per gli individui di basso rango o le vittime sacrificali, come è stato evidenziato negli scavi iniziati nel 2008 nel sito di Mogou, nel distretto di Lintan (Gansu); l’aumento della preminenza sociale degli uomini a scapito delle donne; l’incremento del numero delle tombe di coppia; le attività divinatorie e in particolare la “scapulomanzia”, pratica di probabile origine settentrionale che avrebbe conosciuto il suo momento di massima diffusione sotto la dinastia Shang (circa 1600 – 1045 a. C.); una specializzazione artigianale sempre più esclusiva in determinati settori, come la lavorazione della giada e dei metalli.
La principale innovazione tecnologia è rappresentata indubbiamente dalla maggior diffusione, rispetto alla coeva Pianura Centrale, di piccoli manufatti di rame e bronzo (coltelli, punteruoli, asce e i più antichi esemplari di specchi finora noti), la cui lavorazione sfrutta sia la forgiatura sia la fusione entro matrice.

Gli oggetti sono generalmente di piccole dimensioni, a differenza di quelli che saranno fabbricati più a valle del Fiume Giallo, e non presentano forme o decorazioni riconducibili allo stesso universo semantico dei manufatti rituali di Erlitou (Xia?) e Shang. Si evidenziano invece legami, influenze e interazioni più intense con le culture dell’Asia centrale e della Siberia meridionale (Andronovo in primis). La ricchezza dei reperti in metallo ha spinto gli studiosi a considerare la cultura di Qijia un tassello fondamentale per comprendere le origini e l’evoluzione della metallurgia in Asia orientale.
Recentemente sono stati riportati alla luce nella necropoli di Mogou due piccoli frammenti di ferro, databili alle fasi finali della cultura di Qijia: uno dei due è costituito da ferro meteoritico, l’altro invece è stato ottenuto per riduzione diretta, il cosiddetto “ferro di bassoforno” (noto in Occidente anche come “basso forno catalano”, un tipo di forno che in epoca preindustriale veniva usato per estrarre il ferro direttamente dal minerale).
Nella produzione fittile di Qijia si notano l’uso del tornio, lo sviluppo di forme più slanciate e spesso carenate come i vasi a due grandi anse, nonché l’aumento della ceramica grigia lustrata e priva di decorazioni che inizia a prevalere sulla ceramica rossa e dipinta tipica del periodo Majiayao. Quest’ultima comunque non sparisce del tutto, evidenziando come numerosi tratti ereditati dalla precedente cultura, fra cui anche le tombe con bara lignea, continuino a perdurare a lungo.
A differenza delle contemporanee culture nell’est, la cultura di Qijia non ha lasciato invece tracce di insediamenti fortificati o città cinte da mura in terra battuta, restituendo zone residenziali poste di preferenza in cima a terrazzamenti fluviali, al cui interno si distinguono aree di stoccaggio e necropoli, anche molto vaste come quella di Mogou.
Le capanne semi-interrate sono ancora composte da un unico vano a pianta quadrangolare, con focolare centrale, del tutto simili a quelle di Majiayao. I pavimenti intonacati a calce e la comparsa di strutture con vari ambienti oppure di pianta circolare evidenziano invece mutamenti importanti rispetto all’epoca precedente, frutto dei contatti con le culture orientali del Fiume Giallo.
L’economia si basa su un’agricoltura intensiva del miglio e soprattutto su un massiccio allevamento di animali come maiali, pecore, cani, bovini e, soprattutto, cavalli.
Si può concludere affermando, senza timore di incappare in grosse inesattezze, che se la maggior parte delle culture “calcolitiche” (o del tardo neolitico) del periodo Longshan è caratterizzata dalla presenza di elementi che evidenziano processi di mutamento sociale che conducono alla formazione delle prime signorie (da cui sarebbero poi nate le dinastie dell’età del bronzo), la cultura di Qijia attesta piuttosto i primi passi della lenta transizione verso una società pastorale (i Qiang delle fonti Shang e Zhou) più adatta a sopravvivere in condizioni climatiche progressivamente più secche e fredde.
Le società pastorali di Gansu, Qinghai, Ordos e di tutta la zona di passaggio con le steppe settentrionali, divennero propriamente nomadi nel corso del I millennio a. C., assumendo così un ruolo da protagonista negli eventi ai confini del mondo cinese e dando un contributo sostanziale nel plasmare la storia dell’intera Asia orientale nei millenni successivi.

Per maggiori informazioni si può consultare la voce “Qijia”, di Corinne Debaine-Francfort, all’interno del volume Asia dell’Enciclopedia Archeologica Treccani (2005), p. 638, oltre al capitolo “L’alta valle del Fiume Giallo”, di Liu Li, in La Cina. Preistoria e origini della civiltà cinese, a cura di Roberto Ciarla e Maurizio Scarpari (2011), pp. 458 – 465.
Fonte foto Wikipedia.