La figura di Cao Cao (155 – 220) emerse nel periodo turbolento della tarda dinastia Han, nella seconda metà del II secolo. La sua famiglia, originaria della prefettura di Pei (oggi parte di Anhui e Jangsu), uscì dall’anonimato quando il padre di Cao, Song (? – 193) fu adottato dal potente eunuco di corte Cao Teng. Cao Song riuscì così ad accumulare grandi ricchezze e a raggiungere i più alti gradi della burocrazia imperiale.
Agli inizi della propria carriera, Cao Cao prima occupò alcuni posti di medio livello nell’amministrazione civile poi si distinse nella lotta contro i Turbanti Gialli, una ribellione d’ispirazione taoista che nel 184 divampò a partire dalla costa orientale.
Nella guerra civile che seguì alla morte dell’imperatore Ling (Liu Hong, 156 – 189, r. 168 – 189) Cao Cao si mise in luce organizzando un reggimento privato a favore della coalizione guidata dal clan Yuan contro la fazione del signore della guerra Dong Zhuo.
Nel 191 fu nominato funzionario nella prefettura di Dong (compresa fra Shandong, Henan ed Hebei). Dopo essere riuscito a sradicare la piaga del banditismo fu chiamato ad occupare il posto rimasto vacante di governatore della provincia di Yan (corrispondente grosso modo allo Henan). In questa regione Cao Cao non solo fu abile ad affrontare militarmente quel che rimaneva dei Turbanti Gialli ma riuscì a inquadrare gli sbandati nelle proprie milizie, aumentando così il proprio potenziale bellico.
Negli anni che seguirono Cao Cao fu costretto a lottare duramente contro gli altri signori della guerra che si contendevano il controllo della Pianura Centrale ma nel 200 era diventato padrone assoluto della regione compresa fra Fiume Giallo e Yangzi.
La lunga pratica sul campo di battaglia non solo lo aveva reso abile nella teoria militare, tanto da fargli scrivere un commentario al classico Sunzi, ma soprattutto lo aveva trasformato in un comandante carismatico, capace di conquistare la fedeltà dei sottoposti.
Il punto di svolta che aveva cambiato radicalmente la carriera di Cao Cao si era verificato nel 196: con un colpo di mano era riuscito a porre sotto protezione l’ultimo imperatore della dinastia Han, Xiandi (Liu Xie, 181 – 234, r. 189 – 220).
Approfittando della situazione confusa, Cao Cao trasferì il sovrano e la corte da Luoyang, metropoli ormai devastata e in gran parte spopolata, al proprio quartier generale a Xu (nei pressi della moderna Xuchang, nello Henan). Da quel momento Cao Cao, prima nelle vesti di cancelliere poi con il titolo di “principe” (wang) di Wei, poté avallare ogni sua decisione e azione con il favore imperiale.
I successi militari, compreso quello del 207 nel Nord-est contro la confederazione nomade dei Wuhuan, erano stati possibili grazie anche alle riforme sociali ed economiche che Cao Cao aveva promosso, ispirandosi al passato della dinastia Han.
Contadini senza terra, rifugiati e sbandati furono insediati in colonie agricole (tuntian) e forniti di attrezzi e animali da tiro. Il loro scopo era non solo di difendersi in caso di guerra ma anche di produrre cibo per l’esercito. Se ai tempi della dinastia degli Han occidentali (202 a. C. – 9 d. C.) le colonie erano situate prevalentemente ai confini dell’impero, Cao Cao le stabilì per cominciare intorno alla capitale (dal 204 la città di Ye, nello Hebei meridionale), per poi disseminarle in tutto il territorio da lui controllato, in particolare nel bacino del fiume Huai. Con questo sistema, le armate erano sempre ben rifornite, a differenza dei nemici perennemente a corto di vettovaglie, mentre province e prefetture erano presidiate da una milizia territoriale motivata e addestrata.
Cao Cao si prodigò anche per rivitalizzare l’economia in difficoltà dell’ultimo periodo Han. Sebbene la riforma monetaria non ebbe gli effetti sperati e la pratica dei pagamenti in natura rimanesse dominante, Cao Cao gettò le basi di un modello di tassazione che sarebbe sopravvissuto sino al periodo Tang (618 – 907). Nel 204 l’imposta fondiaria fu fissata a un trentesimo del raccolto, mentre alle singole famiglie venne richiesto un contributo annuale in seta, sotto forma di pezze di tessuto e matasse di filo. Altri tipi di pagamenti, tra questi il testatico, furono aboliti anche se rimasero inalterate, per i maschi adulti, le corvées di lavoro obbligatorio.
Il governo guidato da Cao Cao cercò anche di rimpolpare i ranghi dell’amministrazione civile utilizzando il tradizionale metodo della segnalazione di uomini abili. Sempre a questo periodo risale la classificazione dei funzionari in nove ranghi, a seconda delle competenze; un sistema, come quello tributario, destinato a sopravvivere sino alla dinastia Tang. Nella selezione meno spazio fu lasciato ai valori confuciani di pietà filiale e incorruttibilità, coltivati negli anni migliori della dinastia Han, e più alle reali capacità del singolo individuo.
Dopo aver pacificato il nord, Cao Cao iniziò ad addestrare il proprio esercito in previsione delle difficili campagne militari che lo attendevano nel sud dell’impero Han, ricco di fiumi, laghi e zone paludose.
Liu Bei (161 – 223), un soldato di ventura che si era insediato lungo il medio bacino dello Yangzi e vantava l’appartenenza a un ramo collaterale della famiglia imperiale, unì le proprie forze con Sun Quan (182 – 252), signore della guerra che controllava il basso corso del grande fiume. Alla fine del 208, le forze alleate riuscirono a frenare l’esercito settentrionale a Chibi sullo Yangzi, nei pressi dell’odierna Wuhan (Hubei).
La battaglia delle Scogliere Rosse iniziò con una serie di schermaglie inconcludenti ma poi i meridionali lanciarono un attacco decisivo, anche con l’ausilio di navi incendiarie, contro il campo e la flotta fluviale di Cao Cao. Gli invasori, indeboliti dal clima insalubre, alla fine furono costretti a ritirarsi verso la valle del fiume Han e lo stesso Cao Cao riuscì a mettersi in salvo, secondo i racconti tradizionali, con una fuga rocambolesca. Negli anni successivi il conflitto entrò in una fase di stallo, con i contendenti incapaci di avanzare, e la regione del fiume Huai si trasformò in una desolata terra di nessuno.
Questa celebre battaglia, descritta nel famoso Romanzo dei Tre Regni (Sanguo yanyi, redatto nella sua forma definitiva nel XIV secolo), fu decisiva per il successivo corso della storia cinese: Cao Cao non riuscì più a ricostituire un esercito e una flotta tali da tentare la conquista del meridione, e di questo limite Liu Bei e Sun Quan ne approfittarono per consolidare i propri domini. Il terreno era così pronto per i successivi secoli di divisione tra nord e sud, il cosiddetto “Medioevo cinese”, anche noto come periodo delle Sei Dinastie (220 – 589).
L’insuccesso sullo Yangzi non significò affatto la fine del regime di Cao Cao, che ebbe sempre ragione dei rivali che continuavano a emergere nel turbolento nord.
Il suo territorio, che avrebbe poi costituito lo Stato della dinastia Cao Wei, si estendeva sulla Pianura Centrale, all’epoca ancora la zona più popolata e produttiva del mondo cinese, ed era delimitato a sud dal fiume Huai, mentre a ovest includeva la parte orientale della provincia del Gansu, con le città-Stato del bacino del Tarim ormai fuori controllo. A nord il dominio imperiale si fermava dove iniziava la zona controllata dai vari popoli “barbari”, fra i quali l’ennesima confederazione dei Xiongnu nell’Ordos, che nel 216 fu costretta a riconoscere la sovranità cinese.
Il 15 marzo 220 Cao Cao morì a Luoyang; dopodiché il figlio, Cao Pi (187 – 226), decise di compiere l’atto dal quale il genitore si era sempre astenuto, mettendo formalmente fine alla dinastia Han e proclamandosi imperatore della dinastia Wei, ricordata nelle fonti successive anche come Cao Wei.
Stratega, amministratore nonché raffinato poeta, Cao Cao fu una personalità di spicco, in grado di assicurare stabilità a uno Stato e una società che stavano scivolando verso la rovina. Una sorta di Diocleziano orientale che, pur senza esserne ufficialmente a capo, cercò di frenare la decadenza dell’impero. Ai suoi tempi, e per secoli, fu ammirato e rispettato ma con il tempo la sua reputazione cambiò in quella di ministro crudele e paranoico, che aveva usurpato le prerogative imperiali.
Varie le ragioni di questo cambiamento: sebbene fosse il più potente fra i signori della guerra, non riuscì a unificare l’impero e, per spiegare la ragione di questo fallimento, la critica confuciana gli attribuì una serie di difetti morali. Come uomo di governo e letterato, ma con un’origine legata al criticato gruppo degli eunuchi, a Cao Cao mancò sempre il fascino di altre figure storiche, sue coeve. Per tutti questi motivi opere popolari, come il già citato Romanzo dei Tre Regni, presentano Cao Cao come l’antieroe per antonomasia, l’uomo da sconfiggere. Un’eco negativa che persiste ancora, come dimostrano serie televisive e film moderni (nell’immagine in evidenza l’attore Zhang Fengyi nei panni dello statista).
Al di fuori dei capitoli dedicati a Cao Cao e alla dinastia Cao Wei nei manuali di storia cinesi, è difficile trovare materiale in italiano; sterminata invece la bibliografia in inglese: particolarmente curata la parte dedicata a questo grande statista (e al successivo periodo dei Tre Regni) all’interno del volume Cambridge History of China, volume 2. The Six Dynasties (220-589), a cura di Albert E. Dien e Keith N. Knapp (Cambridge University Press 2019). Probabilmente la monografia più importante su Cao Cao è però quella firmata dallo studioso australiano Rafe de Crespigny Imperial Warlord. A Biography of Cao Cao, 155-220 AD (E. J. Brill 2010).
