Il sito di Mawangdui, individuato già agli inizi degli anni ’50 alla periferia orientale di Changsha (Hunan), fu esplorato tra il 1972 e il 1974. Gli scavi, condotti dal Museo provinciale dello Hunan con l’ausilio di personale dell’EPL, riportarono alla luce tre sepolture, sormontate da tumuli e interrate per alcune decine di metri. Le tombe appartenevano a membri della famiglia dei marchesi (hou) di Dai e risalgono agli inizi della dinastia degli Han occidentali (202 a. C. – 9 d. C.).
Le sepolture sono quelle di Li Cang, cancelliere al servizio del principato di Changsha dal 193 a. C. e primo marchese di Dai (deceduto nel 186 a. C.), di sua moglie Xin Zhui (morta poco dopo il 168 a. C.) e probabilmente di un loro figlio, allora trentenne (morto nel 168 a. C.).
I principati, o regni (guo), occupavano la parte orientale dell’impero ed erano stati istituiti dal fondatore dinastico Liu Bang (256 – 195 a. C., r. 202 – 195 a. C., titolo dinastico Gaozu) per ricompensare i comandanti militari che lo avevano sostenuto nella lunga guerra civile contro il rivale Xiang Yu (circa 202 – 202 a. C.). Nell’arco di pochi anni i vecchi compagni d’armi del sovrano furono però sostituiti con membri del casato imperiale Liu. Nonostante il legame di sangue, i principi si mostrarono spesso troppo autonomi nella gestione delle proprie signorie; le spinte secessioniste infine diedero vita, nel 154 a. C., a una grande insurrezione (la cosiddetta “rivolta dei Sette Regni”) che fu domata prontamente dal governo centrale di Chang’an. Da quel momento i principati, ridotti nelle prerogative e nell’estensione, furono integrati nel sistema amministrativo imperiale e non crearono più problemi alla dinastia Han.
Delle tre sepolture la meglio conservata e la più importante per quantità e tipologia di reperti funebri rinvenuti è la seconda, nota come “tomba della marchesa di Dai” (M1), la cui occupante è stata identificata grazie a un’iscrizione.
La camera funeraria era composta da una struttura lignea a incastri (673 x 481 x 280 cm), realizzata con 70 tavole. Vi si accedeva attraverso una rampa lunga circa 20 metri ed era perfettamente conservata grazie a un involucro isolante, realizzato con uno strato di carbone vegetale spesso 30/40 cm, a sua volta coperto da una coltre di argilla bianca con uno spessore variabile tra i 60 e i 130 cm: espediente tecnico giù utilizzato in passato, ad esempio nella tomba del marchese Yi di Zeng (V secolo a. C.).

All’interno della camera c’erano quattro sarcofagi in legno di cipresso laccato, posti uno dentro l’altro, l’ultimo dei quali (202 x 69 x 63 cm) contenente il corpo della defunta immerso in circa 80 litri di una soluzione acida che ha rivelato tracce di cinabro, magnesio, acido acetico e metanolo.
La mistura ha permesso la conservazione dei tessuti molli, a eccezione del cervello. I resti della donna, alta in vita 154 cm, sono oggi conservati in una teca di vetro, nei sotterranei del Museo provinciale di Changsha.
Il corredo, stipato in quattro vani ricavati tra i sarcofagi e le pareti della camera funeraria (secondo una precisa disposizione e una planimetria domestica, in uso da svariati secoli), conta oltre 1.000 manufatti, dettagliatamente inventariati su 312 listarelle di bambù. Esso comprende più di 150 oggetti di legno laccato (vassoi, ciotole, contenitori per cosmetici e cibo), 162 statuine funerarie (mingqi) di legno dipinto in abiti di seta raffiguranti il seguito della nobildonna, strumenti musicali (tra cui un “salterio” se a 25 corde lungo 116 centimetri e un organo a bocca yu munito di 22 canne), decine di bauletti di bambù riempiti di cibarie e di riproduzioni di monete in argilla, 20 cuscini di seta e capi di vestiario in seta e iuta, molti dei quali rinvenuti, sostanzialmente integri, indossati dalla marchesa, morta all’età di circa 50 anni in seguito a un infarto o forse, vista la grande quantità di semi di melone ritrovati nell’intestino, per una colecistite.
Spesso la lacca era arricchita con olio di tung (Vernicia fordii), grazie al quale i colori risultano più brillanti e resistenti, come ancora oggi si possono ammirare.
Il sarcofago più esterno era interamente laccato di nero mentre i tre interni erano decorati con motivi apotropaici, presumibilmente per proteggere l’anima della defunta. Questi erano presenti anche su un grande drappo funerario di seta a forma di T (205 x 92 cm di larghezza massima, 47,5 cm di larghezza minima), deposto, assieme a uno specchio di bronzo, sul coperchio della bara più interna.

Il prezioso reperto raffigura il viaggio nell’aldilà che attendeva la defunta. Le complesse raffigurazioni che lo adornano, splendido esempio di pittura cinese su seta del I millennio a. C., sono dipinte con pigmenti vegetali e minerali su un supporto di seta realizzato cucendo assieme tre drappi, ornato di nappe blu ai quattro angoli inferiori e munito, lungo il bordo superiore, di una canna di bambù che ne permetteva l’esposizione.
Gli studiosi sono generalmente concordi nel suddividere il dipinto in tre registri, raffiguranti (dal basso all’alto) i piani di esistenza sotterraneo, terreno e celeste.
Nel registro inferiore, su due grandi pesci annodati a forma di anello che reggono sulle code due creature “ibride” cornute, sta in piedi un gigante che sostiene a sua volta una piattaforma. Su di essa, dietro a cinque grandi vasi sacrificali di bronzo, è raffigurata una scena di banchetto funebre con sette personaggi accanto a una bara dipinta. Due tartarughe con un gufo sul dorso e un serpente legato per il collo alla gamba sinistra del gigante completano la scena, sormontate da una grande pietra sonora (qing) e da una copertura di nastri policromi sospesi a un anello di giada (bi), attraverso cui si intrecciano i corpi di due draghi che delimitano i primi due registri. Sui nastri stanno infine appollaiati due uccelli con testa umana e pettinatura a chignon.
Nel registro mediano due leopardi, sul corpo dei draghi, sorreggono con le zampe anteriori una passerella che conduce a un’altra piattaforma. Al centro di essa sta in piedi di profilo una figura femminile riccamente vestita e appoggiata a un bastone. Le dimensioni (13,5 cm), le perle nell’acconciatura e le vesti indossate (simili a quelle del corredo funebre) consentono di identificare la donna con la stessa marchesa di Dai, seguita da tre ancelle e riverita da due personaggi maschili inginocchiati che protendono dei vassoi. In alto stanno un grande pipistrello e un baldacchino tondeggiante su cui si affrontano due fenici.
Infine nel registro superiore, oltre i cancelli dei domini celesti guardati da due figure umane e due leopardi, il dipinto è dominato al centro da un’altra figura femminile fiancheggiata da cinque uccelli col capo volto al cielo e ravvolta in una lunga coda di serpente annodata, identificabile forse con la divinità femminile Nüwa. Non si esclude che possa trattarsi invece di un’ulteriore raffigurazione della marchesa la quale, giunta al termine del suo viaggio ultraterreno, si libera definitivamente delle spoglie mortali, come un serpente della propria vecchia pelle.
Alla sua sinistra sono visibili la falce lunare sormontata da un rospo e da una lepre, e un drago alato che trasporta una donna (probabilmente Chang’e, moglie dell’arciere Houyi e divinità lunare per eccellenza). Alla sua destra compaiono un grande disco solare entro il quale è raffigurato un corvo e un altro drago che si intreccia a un albero, tra i cui rami si possono ammirare otto soli più piccoli (altro riferimento al mito di Houyi). Sui cancelli d’ingresso è sospesa una campana di bronzo sorretta da due cavalieri “ibridi”, e al vertice della campana un piatto emana aromi che attirano due grandi uccelli.
Un corredo funebre altrettanto ricco è stato rinvenuto in quella che è stata definita la terza sepoltura (M3), ovvero la tomba del figlio trentenne della coppia, dalla quale provengono anche numerosi e inestimabili manoscritti su seta che includono testi di divinazione, filosofa, storia e astronomia databili tra la fine del periodo degli Stati combattenti (453 – 221 a. C.) e l’inizio dell’epoca Han. Anche in questo caso la bara interna era coperta da un drappo funebre di seta, non perfettamente identico a quello della marchesa ma ispirato agli stessi soggetti tematici.
Due interessanti reperti sono costituiti da mappe, sempre su seta, della regione di Changsha e delle fortificazioni militari del principato, create per difendere la regione dalle incursioni militari del regno meridionale di Nan Yue che aveva in Panyu (nell’area dell’odierna Guangzhou, o Canton) la sua capitale.
In un recipiente laccato sono stati inoltre rinvenuti i frammenti di un dipinto su rotolo di seta (circa 100 x 50 cm) sul quale sono raffigurati personaggi che compiono esercizi ginnici e respiratori simili a quelli dei moderni Qigong e Taijiquan.

Situata a 23 metri di distanza dalla tomba della marchesa e gravemente danneggiata da agenti naturali e da ripetuti scavi abusivi, la tomba più antica del sito (M2) è stata identificata con la sepoltura del primo marchese di Dai grazie a un sigillo di giada con inciso il suo nome e a due altri sigilli in bronzo indicanti le sue cariche ufficiali.
Il quadruplo sarcofago si presentava in grave stato di decomposizione, malgrado i consueti strati protettivi di carbone e argilla. Ciò che resta del corredo funebre, di scarso valore artistico, include delle stoviglie laccate (tra cui un centinaio di tazze e circa 70 piatti di fattura grossolana, scartati dai saccheggi), una ventina di vasi in terracotta e pochi altri oggetti disparati. In direzione nord, sulla rampa d’accesso, sono state ritrovate due figure umane munite di corna e realizzate con legno, argilla ed erbe intrecciate (118 e 105 cm di altezza), probabilmente guardiani della tomba (zhenmushou).
Il ritrovamento di questa necropoli è stato definito come una delle maggiori scoperte archeologiche cinesi del XX secolo, paragonabile per importanza scientifica a quella dell’Esercito di Terracotta nel 1974 o dei primi pozzi votivi di Sanxingdui nel 1986.
Nella realizzazione della pillola su questa necropoli di epoca Han ho utilizzato i seguenti contributi, di cui si consiglia la lettura per un ulteriore approfondimento: “Mawangdui”, di Roberto Fracasso (1995), voce consultabile sulla pagina on-line dell’Enciclopedia Treccani; ”Mawangdui”, di Filippo Salviati, contenuta nel volume Asia (p. 707) dell’Enciclopedia Archeologica Treccani (2005); “Lusso e immortalità: l’arte Han”, di Sabrina Rastelli, in La Cina, I**. Dall’età del Bronzo all’impero Han (pp. 471 – 531), a cura di Tiziana Lippiello e Maurizio Scarpari (Einaudi 2013).

Nell’immagine in evidenza, il penultimo dei sarcofagi interni che racchiudevano il corpo della marchesa di Dai.