Il tradizionale approccio cinese alle relazioni diplomatiche è convenzionalmente chiamato “sistema tributario”.
L’idea che stava al centro di questo sistema, che affonda le sue radici nel primo periodo Zhou (circa 1045 – 771 a. C.), era relativamente semplice: i sovrani stranieri erano tenuti a riconoscere l’imperatore cinese come unico signore del tianxia, “sotto il Cielo” ovvero il mondo, e si impegnavano a inviare, periodicamente, prodotti del proprio regno come tributo, in cambio di onori e regali elargiti dalla corte imperiale. Questo concetto, spesso e volentieri, non teneva in considerazione le reali interazioni e i rapporti di forza alla frontiera.
E’ anche possibile che la frequenza delle ambasciate tributarie giunte in Cina nel corso dei secoli, e menzionate nelle fonti storiche, possa essere stata, in alcune circostanze, inversamente proporzionale alla effettiva stabilità e regolarità delle relazioni commerciali.
Ciononostante, durante la fase formativa iniziale della comunità culturale dell’Asia orientale corrispondente in Cina al periodo delle Sei Dinastie (220 – 589), si rivelò cruciale quello che è più corretto definire un “sistema di investitura”, basato sul conferimento di titoli cinesi ai signori locali.
L’acquisizione di titoli ufficiali cinesi da parte dei potentati locali si dimostrò spesso utile a legittimare tali figure e a elevarle al di sopra dei loro rivali. Ciò poteva essere vero a prescindere dalla loro origine, cinese o presunta tale, dalla loro effettiva indipendenza dal controllo del governo centrale o persino dall’autenticità o meno dei titoli conferiti.
Ad esempio, nel 372 il re di Baekje (o Paekche), nella Corea sud-occidentale, inviò un’ambasceria alla dinastia dei Jin orientali (318 – 420), nella Cina meridionale, ricevendo i titoli di “Generale a presidio dell’Est” (zhendong jiangjun) e di “Governatore temporaneo di Lelang” (un’unità amministrativa di epoca Han situata nella Corea settentrionale, ling lelang taishou). Nel 415, un altro sovrano di Baekje ottenne il riconoscimento ufficiale con il titolo cinese di wang, “re”.
Analogamente, nel secondo anno dell’era Jingchu (corrispondente al 238), la delegazione diplomatica inviata da Himiko (o Pimiko), una regina-sciamana della signoria di Yamatai (collocabile forse nel Kyushu settentrionale, forse nelle attuali prefetture di Osaka, Nara e Kyoto), fu ricevuta alla corte di Cao Rui (r. 226 – 239, nome postumo Mingdi) della dinastia Wei (220 – 266), a Luoyang. Per questo gesto la sovrana della signoria nipponica fu onorata con il titolo di “regina dei Wo, amica di Wei” (qin wei wo wang), essendo wo il termine (vagamente dispregiativo, wa in giapponese) utilizzato nel mondo cinese per indicare gli abitanti dell’arcipelago giapponese. Probabilmente il riconoscimento cinese permise alla regina di rafforzare la propria autorità a spese dei numerosi regni in cui era diviso il Giappone centro-meridionale nel periodo Yayoi (circa 300 a. C. – 300 d. C.).
Dopo un’ultima missione nel 306 ci una lunga interruzione negli scambi diplomatici dall’arcipelago giapponese (impegnato in cruente lotte di unificazione) verso il mondo cinese. Dal 413 al 502 sono registrate dalle fonti cinesi tredici ambasciate nipponiche ricevute a Jiankang (oggi Nanchino), capitale delle dinastie meridionali durante il periodo delle Sei Dinastie.
I piccoli sovrani giapponesi cercavano non solo riconoscimento imperiale e titoli, con cui aumentare il proprio prestigio, ma probabilmente anche sostegno (almeno formale) per le operazioni militari che all’epoca stavano compiendo nel sud della penisola coreana, in aiuto della confederazione di Gaya. Sforzo bellico destinato a fallire, con la definitiva annessione di Gaya da parte del regno di Silla alla metà del VI secolo.
Un documento, che sarebbe stato ricevuto nel 478 dalla corte della dinastia meridionale dei Liu Song (420 – 479), da parte del sovrano giapponese Bu (identificabile probabilmente con Yuryaku, 418 – 479), definiva quest’ultimo “vostro suddito” (chen) e il Giappone “paese vassallo” (feng guo). Tuttavia, data la scarsa diffusione della scrittura in quell’epoca remota dell’arcipelago, appare improbabile che tale documento sia stato effettivamente redatto da uno scriba giapponese.
Una simile sottomissione rifletteva piuttosto ciò che la corte cinese desiderava sentirsi dire, anziché il reale atteggiamento dei sovrani nipponici. Durante la fase iniziale di formazione dello Stato in Giappone, leader ambiziosi ricercarono ripetutamente la legittimazione esterna offerta dai titoli cinesi. Già a partire dal V secolo, tuttavia, i sovrani giapponesi iniziarono a rappresentarsi in patria come re supremi (sebbene il titolo di “imperatore” fosse adottato probabilmente soltanto alla fine del VII secolo), che governavano tutto ciò che stava “sotto il Cielo”.
Quando nel 712 fu completata la più antica cronaca storica giapponese giunta fino a noi (il Kojiki), l’espressione classics “sotto il Cielo” vi compare ben novanta volte, ma riferita esclusivamente al Giappone e senza neppure menzionare la Cina.
I titoli cinesi potevano contribuire a rafforzare la posizione dei potenti locali, e il sistema di investitura stabiliva effettivamente un ordine diplomatico condiviso. Tuttavia, il conferimento dei titoli rivestiva un interesse particolare anche come esercizio di auto-legittimazione per le corti che li elargivano, fungendo da dimostrazione della loro presunta supremazia.
Nel 204, ad esempio, ben tre diversi signori della guerra della morente dinastia degli Han orientali (25 – 220) fecero a gara per conferire titoli a un capo-tribù Wuhuan, una etnia non cinese della Manciuria meridionale, lasciando quest’ultimo nell’incertezza su quale dei tre fosse quello “giusto”.
Il fondatore della dinastia dei Liu Song, Liu Yu (363 – 422, nome postumo Wudi), nella fretta di costruire un’immagine della propria legittimità, a distanza di appena un mese dall’usurpazione del trono nel luglio del 420, conferì titoli ai sovrani del Giappone, di Baekje e di Goguryeo (un regno che si estendeva nella Corea settentrionale e nella Manciuria meridionale), senza nemmeno attendere l’invio di ambascerie da parte loro.
Il sistema tributario e il metodo delle investiture a esso legato si sarebbero perfezionati durante il lungo periodo del secondo grande impero unificato, delle dinastie Sui (581 – 618) e Tang (618 – 907), per poi rimanere in vigore, con qualche aggiustamento, sino alla metà del XIX secolo, quando furono sgretolati dall’urto con le cannoniere occidentali.

Principale fonte per questa pillola il capitolo “Foreign Relations”, di Charles Holcombe in Cambridge History of China, volume 2. The Six Dynasties, 220 – 589, 2019.
Nell’immagine in evidenza ritratto moderno (e fantasioso) della regina giapponese Himiko.