Nel 217 Cao Cao (155 – 220), uomo forte dell’impero Han da oltre venti anni, nominò come proprio erede del principato di Wei il figlio, Cao Pi (187 – 226). Come il padre, anche Cao Pi era un apprezzato poeta, autore di lavori di critica letteraria nonché grande collezionista di libri. Ma la scelta era stata dettata soprattutto dalla tradizione: Cao Pi era infatti il figlio maggiore della principale consorte di Cao Cao, dama Bian (160 – 230), e aveva già un proprio figlio, Cao Rui (206 – 239). Il futuro della dinastia appariva così assicurato.
Quando Cao Pi successe al padre nel 220 ricevette il sostegno dei principali notabili del principato di Wei. Per eliminare la resistenza dei fratelli Cao Zhang (190 – 233) e soprattutto Cao Zhi (192 – 232), entrambi comandanti militari che si erano mostrati interessati alla successione, Cao Pi fece la mossa decisiva l’11 dicembre 220, quando costrinse all’abdicazione l’ultimo sovrano della dinastia Han, Xiandi (Liu Xie, 181 – 234, r. 189 – 220), assumendo personalmente il titolo imperiale e proclamando la nascita della dinastia Wei (conosciuta nelle fonti successive come Cao Wei).
Il trasferimento del titolo fu preceduto da memoriali e petizioni che insistevano affinché Cao Pi accettasse il Mandato Celeste. Le pretese imperiali furono sostenute inoltre da opportuni portenti naturali e dalla diffusione di profezie che preannunciavano il mutamento dinastico.
Nonostante che almeno dai tempi della rivolta dei Turbanti Gialli (184 – 185) circolasse l’idea che la gloriosa dinastia Han, fondata nel lontano febbraio del 202 a. C., avesse raggiunto la fine del proprio ciclo vitale, un cambio dinastico non era ben visto da molti esponenti della classe dei letterati, i quali credevano ancora possibile una rinascita.
La mossa risoluta di Cao Pi fu quindi decisiva per spazzare via l’opposizione degli intellettuali, sebbene non siano mancate le resistenze: nell’aprile del 221 Liu Bei (161 – 223), appartenente a un ramo collaterale della famiglia imperiale, imitò Cao Pi adottando il massimo titolo e proclamandosi, dal suo feudo nel Sichuan, unico e legittimo erede della dinastia Han. Prendeva così vita lo Stato passato alla storia come Shu Han (221 – 263).
Altri non vollero, inizialmente, rompere l’unità dell’impero, realizzata dalla dinastia Qin più di quattrocento anni prima. Nel Sud-est il potente signore della guerra Sun Quan (182 – 252) riconobbe la sovranità della neonata dinastia Wei e, come premio per la sua fedeltà, fu nominato principe di Wu. Grande fu il suo disappunto quando Cao Pi si mantenne neutrale mentre l’esercito di Liu Bei, nell’estate del 221, avanzava verso est con l’intento di strappargli la provincia di Jing (che comprendeva gran parte dell’attuale Hunan). Il tentativo di espansione degli Shu Han fu definitivamente respinto nel 222 ma il disilluso Sun Quan abbandonò la fedeltà, palesemente inutile, alla corte Wei: prima proclamò un proprio titolo di regno poi, nel 229, adottò la carica imperiale.
Il territorio cinese finiva in questo modo per essere diviso fra tre Stati rivali, ciascuno con il proprio imperatore e in costante guerra fra loro, di cui il settentrionale Wei era il più grande e popoloso. Un periodo destinato a passare alla storia come dei Tre Regni (San Guo, 220 – 280).
Sebbene Cao Pi si impegnasse nel consolidare la propria posizione e avesse il sostegno dei funzionari, militari e civili, che avevano appoggiato il padre, il nuovo regime mancava del prestigio di cui godeva il precedente.
Cao Cao era uscito vittorioso nella maggior parte delle guerre civili e aveva instaurato una relazione speciale con il trono Han, rimanendo ufficialmente subalterno all’imperatore pur essendo a capo dell’apparato amministrativo e militare.
A differenza del padre, Cao Pi aveva accantonato questa finzione legale: egli governava da Luoyang (scelta per il suo prestigio come capitale al posto di Ye, preferita da Cao Cao), direttamente e senza intermediari, soltanto però sulla parte settentrionale dell’antico impero.
Fallendo nel conseguire i brillanti successi del predecessore, Cao Pi non riuscì a far dimenticare del tutto le umili origini del proprio lignaggio, che nella seconda metà del II secolo era emerso soltanto grazie all’adozione di suo nonno, Cao Song, da parte di uno dei tanto disprezzati eunuchi di corte.
Inizialmente il nuovo imperatore garantì, in continuità con il governo paterno, un certo grado di ordine, attraverso mezzi militari e un’amministrazione decisa. Particolare cura fu messa nella selezione degli aspiranti funzionari, ai quali per la prima volta fu richiesta anche la capacità di creare componimenti poetici. Esisteva tuttavia una fonte alternativa di potere all’interno del nuovo Stato che ne minava le fondamenta.
Molte importanti famiglie erano state danneggiate, se non distrutte, dalle guerre civili; altre erano riuscite non solo a sopravvivere ma ad aumentare le proprie fortune all’ombra dei nuovi regimi. Nella società dell’epoca, dominata dai latifondisti, grande enfasi era posta sulla lealtà personale e sul successo nelle arti militari. Si svilupparono di conseguenza i diritti ereditari di una casta di guerrieri al servizio dei casati più potenti.
Mentre in passato il termine buqu si riferiva a una suddivisione dell’esercito imperiale, dal III secolo passò a indicare i dipendenti al servizio dei grandi proprietari terrieri, pronti sia a coltivare i campi sia a imbracciare le armi. Questo processo di rafforzamento del latifondo, anche dal punto di vista militare, in realtà era iniziato sotto gli Han orientali (25 – 220), con una forte accelerazione a partire dagli ultimi decenni del II secolo. Ma è con il collasso definitivo del sistema imperiale che vennero meno gli ultimi freni.
Se a nord e a nord-ovest la sempre presente minaccia nomade, incarnata principalmente dalle tribù proto-mongole dei Xianbei, fu tenuta sotto controllo grazie all’abilità del generale Jiang Ji (? – 249), tanto che agli inizi del 222 ripresero con regolarità le missioni tributarie dalle città-Stato del bacino del fiume Tarim, a meridione Cao Pi non riuscì ad avere ragioni del signore di Wu.
Tra il 222 e il 223 il sovrano in persona prese il comando di una spedizione con lo scopo di conquistare una testa di ponte a sud del medio corso dello Yangzi ma le sue truppe, indebolite dal clima e dalle malattie, furono infine costrette a ritirarsi verso nord. Né miglior risultato ottenne l’offensiva lanciata nel 224. Negli anni successivi ci furono ulteriori attacchi da ambo le parti ma la linea di frontiera tra Wei e Wu rimase fondamentalmente inalterata.
Liu Bei, fondatore dello Stato Shu Han, morì nel 223. Al trono gli successe il figlio Liu Shan (207 – 271), con l’abile ministro Zhuge Liang (181 – 234) nelle vesti di reggente. Zhuge Liang strinse una salda alleanza con Wu e, sebbene i due Stati avessero motivi di frizione, costituirono per i successivi quaranta anni un fronte unito contro le mire espansionistiche di Wei.
Nel 228 Zhuge Liang intraprese una campagna ambiziosa verso nord, oltre la catena dei monti Qinling. Affrontando il comandante nemico Sima Yi (179 – 251), riuscì a penetrare nella valle del fiume Wei nel 233, ma la sua morte non solo pose fine all’avanzata ma fece tornare le forze Shu Han sulle posizioni di partenza.
Come conseguenza di questo continuo stato di belligeranza si ebbe l’affermazione, in tutti e tre gli Stati, di una rete di comandanti militari regionali (dudu) che, alla metà del terzo secolo, avevano ormai esautorato del tutto i funzionari civili dall’amministrazione.
Altro motivo di preoccupazione per la corte Wei di Luoyang era la situazione sulla frontiera nord-orientale, dove il signore della guerra Gongsun Yuan era a capo di una signoria autonoma, creata dal padre alla fine del II secolo, che comprendeva la penisola del Liaodong e la Manciuria meridionale.
Un primo assalto era stato respinto nel 237 a causa soprattutto delle avverse condizioni meteorologiche, ma nel 238 il veterano Sima Yi fu messo a capo di un esercito di circa 40.000 uomini, che riuscì a sconfiggere il nemico. Gongsun Yun fu ucciso e con lui un migliaio di suoi fedeli. Nel 245, dopo che il generale Guangqiu Jian (? – 255) aveva costretto alla resa il regno coreano di Goguryeo, l’influenza cinese nella regione era tornata ai fasti della prima dinastia Han. A questo periodo risalgono anche gli arrivi in Cina di ambasciate della regina giapponese Himiko di Yamatai, l’ultima delle quali si presentò a Luoyang nel 247.
Paradossalmente mentre l’impero Wei otteneva questi successi militari, il dominio della famiglia regnante si stava progressivamente indebolendo. Cao Pi moriva nel 226 (nome postumo Wendi) ad appena quarant’anni secondo il computo cinese. Gli succedeva il figlio ventenne Cao Rui (nome postumo Mingdi) il quale disgraziatamente morì a sua volta nel 239.
Come era già successo con i sovrani della dinastia degli Han orientali, incertezza e insicurezza si diffusero attorno al trono. Infatti la scomparsa di imperatori in ancora giovane età non consentì di consolidare il regime che Cao Cao era riuscito a creare, con tanta fatica, nei primi venti anni del III secolo.
La situazione fu ulteriormente complicata dalla politica seguita da Cao Pi prima e Cao Rui dopo, la quale teneva lontani da ogni incarico gli altri membri della famiglia imperiale, esiliati in principati e ducati, privi di responsabilità e sottoposti a stretto controllo. Le stesse restrizioni erano applicate alle famiglie con le quali la dinastia regnante era imparentata per via matrimoniale, affinché nessun personaggio vicino al trono potesse rivaleggiare con l’autorità dell’imperatore.
Questa scelta ebbe come conseguenza di isolare la nuova famiglia imperiale, la quale era anche soggetta a critiche da parte degli uomini di lettere al servizio dello Stato, non solo per le connessioni con gli eunuchi di epoca Han ma anche perché la consorte principale di Cao Cao e madre di Cao Pi, dama Bian, era stata una cantante.
Quando Cao Rui ascese al trono, sebbene formalmente adulto, fu affiancato da un gruppo dì consiglieri. Fra questi il condottiero Sima Yi che era stato uno stretto collaboratore di Cao Pi ancora prima della proclamazione della dinastia Wei.
Cao Rui, per quanto sovrano diligente e competente nello svolgere le sue mansioni, non si distinse come padre e nonno sul campo di battaglia. Appassionato anch’egli di poesia, si impegnò invece nell’aumentare il prestigio della dinastia con un programma di costruzioni civili. Ma mentre il nonno Cao Cao era stato ammirato per i lavori compiuti nella capitale del suo feudo, Ye nello Hebei meridionale, Cao Rui finì per essere criticato per la stravaganza dei suoi progetti e i fardelli che impose alla popolazione per la loro realizzazione.
Privo di figli naturali in vita e con i fratelli e fratellastri volutamente lontani dalla corte, Cao Rui sul letto di morte nominò erede al trono il figlio adottivo Cao Fang (231 – 274), la cui vera origine è oggi a noi sconosciuta. Anche in questo caso fu scelto un gruppo di tutori, fra i quali la figura di continuità con il passato rimaneva Sima Yi, reduce dalle campagne contro Shu Han a sud-ovest e Gongsun Yuan a nord-est.
Energico e competente, il generale godeva a Luoyang di un largo supporto ma, sebbene fosse nominato “Grande Mentore” del giovane imperatore Cao Fang, il potere effettivo a corte era nelle mani di Cao Shuang (morto nel 249), figlio di un cugino di Cao Pi.
Nella storia culturale della Cina il periodo Zhengshi, nome dell’era (nianhao) che va dal 240 al 249, è ricordato per la brillante speculazione confuciana, rivitalizzata dopo gli ultimi, sterili anni della dinastia Han grazie all’influenza del Taoismo, e in particolare della scuola nota come “Studio dei misteri” (xuanxe). Fra i principali esponenti di questo rinascimento filosofico ci furono He Yan (? – 249), un sagace esponente della dialettica della “pura conversazione”, e il suo amico Wang Bi, principale interprete di allora del Libro dei Mutamenti (Yijing).
He Yan, rampollo di una famiglia importante già durante gli Han orientali, era anche noto per lo stile di vita libertino che non escludeva l’uso di droghe estatiche. Ciò non gli aveva impedito di entrare a far parte della Segreteria imperiale, al servizio di Cao Shuang.
Approfittando della posizione di potere, He Yan introdusse a corte molti suoi amici. Costoro, generalmente giovani con un background elevato e di grande talento, cercarono di evitare le formalità care ai confuciani di vecchio stampo, suscitando grande scandalo. Gli eccessi compiuti da questo gruppo di audaci funzionari crearono non poco imbarazzo alle autorità Wei, e Sima Yi fu visto come garante e paladino della moralità pubblica.
Dal punto di vista politico il governo di Cao Shuang continuò la politica dinastica di contrastare lo strapotere delle famiglie latifondiste, delle quali Sima Yi era il principale esponente. Nel 249, approfittando di un viaggio del sovrano e del ministro Cao Shuang alle tombe imperiali, Sima Yi raccolse le truppe più fedeli e realizzò un colpo di Stato. Non solo l’imperatore fu imprigionato ma Cao Shuang e i suoi sostenitori, compreso il discusso He Yan, furono uccisi. Da quel momento lo Stato di Wei fu nelle salde mani della famiglia Sima.
Sima Yi morì due anni dopo ma la sua posizione dominante fu ereditata dal figlio Sima Shi (208 – 255). Nel 254, dopo un effimero tentativo di restaurazione imperiale da parte di un gruppo di lealisti Wei, Sima Shi depose Cao Fang (al quale fu comunque risparmiata la vita), sostituendolo sul trono con il cugino Cao Mao (239 – 260).
Il generale Guanqiu Jian, l’eroe della campagna contro Koguryo, si ribellò a sua volta e, dopo aver conquistato la città di Shouchun sul fiume Huai, chiamò in soccorso l’esercito di Wu. L’aiuto dei meridionali non arrivò in tempo e il generale ribelle fu infine sconfitto.
Sebbene Sima Shi morisse nel 255, il potere della famiglia rimase saldo grazie al fratello Sima Zhao (211 – 265). Negli anni successivi si verificarono nuove sollevazioni di comandanti ribelli che furono però rapidamente soffocate. L’ultima di queste, nel 260, provocò la morte del sovrano fantoccio Cao Mao che fu prontamente sostituito dal cugino Cao Huan (245 – 302), un nipote di Cao Cao che sarebbe rimasto sul trono dal 261 sino al febbraio del 266.
L’uccisione di Cao Shuang, di He Yan e dei loro associati comportò la fine di una brillante scuola filosofica e il ritorno al Confucianesimo tradizionale. Alcuni di questi giovani e eccentrici pensatori riuscirono tuttavia a sopravvivere e continuarono a coltivare questa tradizione di pensiero libero e spontaneo.
Un piccolo gruppo di poeti e intellettuali, conosciuto come i Sette Savi del Bosco di Bambù, esplorò in maniera informale concetti di misticismo e immortalità. Ancora oggi la produzione letteraria di questi singolari personaggi, fra i quali spiccano le figure di Ruan Ji (210 – 263) e Xi Kang (223 – 262), è oggetto di ammirazione e celebrazione.

Le turbolenze politiche degli anni ‘50 del III secolo, con le destituzioni degli imperatori della famiglia Cao e le morti di Sima Yi e Sima Shi comportarono una sospensione nelle operazioni militari lungo le frontiere. Ma il fallimento di Wu nell’avanzare in direzione del fiume Huai, nonostante il sostegno di generali ribelli come il summenzionato Guangqiu Jian, dimostra che la regione era saldamente sotto il controllo delle autorità di Luoyang.
Agli inizi degli anni ‘60 il regime Sima, in nome della dinastia Wei, fu in grado di sferrare un attacco decisivo contro Shu Han nel Sud-ovest, dove i favoriti e gli eunuchi della corte interna dominavano il governo presieduto dall’imperatore Liu Shan. Principale comandante militare dell’ultimo baluardo della gloriosa dinastia Han era il generale Jiang Wei (202 – 264) che, nonostante ripetuti tentativi, non era riuscito a guadagnare terreno a nord dei monti Qinling.
Nel 262 l’esercito di Wei prese il controllo del valico che conduceva alla città di Hangzhong, nello Shaanxi meridionale. L’anno successivo, dopo una prolungata campagna che vide la sconfitta di Jiang Wei, le forze Wei entrarono a Chengdu e occuparono gran parte del territorio che era appartenuto alla dinastia Shu Han. L’ex imperatore Liu Shan fu condotto a Luoyang e trascorse gli ultimi anni della sua vita in un dignitoso esilio.
Il successo dello Stato di Wei fu in realtà il trionfo della famiglia Sima. Subito prima della sua destituzione, il giovane imperatore Cao Mao era stato obbligato a nominare Sima Zhao cancelliere imperiale e duca di Jin. Il successore, Cao Huan, lo promosse ulteriormente, attribuendogli il titolo di principe di Jin.
Sima Zhao morì nell’autunno dell’anno successivo ma il figlio maggiore, Sima Yan (236 – 290), era già stato scelto come erede e gli potè succedere senza incontrare opposizione. Pochi mesi dopo, il 4 febbraio 266, Sima Yan accettò l’abdicazione di Cao Huan e assunse personalmente il titolo imperiale. Cao Yuan, nelle vesti di principe di Chenliu, visse serenamente sino al 302.
Dal punto di vista militare e amministrativo lo Stato di Wei, fondato da Cao Cao, fu abile a sopravvivere al naufragio della società Han, mantenendo l’unità della Cina settentrionale e respingendo le minacce a nord e a sud. La struttura del governo tuttavia fu compromessa dalla natura dei suoi governanti e della società che cercò di controllare.
Diversamente dalla dinastia Han, la famiglia Cao, a causa della sua origine legata al disprezzato mondo degli eunuchi, non godeva del tradizionale rispetto che aveva consentito al clan Liu di sopravvivere a grandi crisi. Inoltre la dinastia Wei fu gravemente danneggiata dalla morti precoci di Cao Pi e Cao Rui.
A questi problemi vanno aggiunti i tentativi, coronati generalmente dal successo, delle famiglie dei latifondisti di conservare i privilegi ereditari a scapito del potere centrale. All’avvento della dinastia Jin, anche le colonie di contadini-soldato (tuntian), che erano state l’impalcatura militare ed economica sulla quale Cao Cao aveva costruito la propria fortuna, erano cadute sotto il controllo dei principali proprietari terrieri.
La dinastia Wei palesò tutti i difetti tipici dei regimi dei signori della guerra, compresa la futile parodia dei fasti imperiali del passato, mentre la rete sociale dei clan più potenti, che si era sviluppata durante gli Han orientali, si estese sino a dominare lo Stato, in tutti i suoi rami e ramificazioni.
Piuttosto che condurre alla restaurazione dell’impero caduto, il periodo dei Tre Regni segnò l’inizio di una nuova era, caratterizzata da continui disordini e con dinastie incapaci di contrastare le rivendicazioni della nobiltà locale.
L’effimero periodo di unificazione imperiale realizzato dal successivo regime Jin non solo non invertì questo processo storico ma introdusse la Cina in una delle fasi più buie e tormentate della sua storia, il IV secolo.

La bibliografia utilizzata al termine della terza e ultima pillola dedicata al periodo dei Tre Regni.
Fonte foto Wikipedia.