Tradizionalmente la storiografia occidentale presta molta attenzione ai conflitti che coinvolsero gli Stati europei e l’impero cinese retto dalla dinastia mancese dei Qing (1636 – 1912), a partire dalla cosiddetta prima guerra dell’oppio (1839 – 1842) fino all’intervento congiunto delle potenze straniere per sopprimere la rivolta dei Boxer (1900 – 1901). Come dimostrano gli studi di sinologi e storici, dall’inglese Jonathan D. Spence al tedesco Jürgen Osterhammel, molto più cariche di conseguenze furono in realtà la rivoluzione Taiping, che a metà dell’Ottocento innescò la progressiva disgregazione del sistema amministrativo imperiale, e la prima guerra sino-giapponese del 1894 – 1895.
Dopo che i Francesi avevano strappato il Vietnam dall’orbita cinese nel 1885, i Qing non volevano perdere l’ultimo grande Stato tributario, la Corea, e cercarono con ogni mezzo di impedire alla nascente potenza giapponese di mettere piede sulla penisola coreana. A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del XIX secolo le tensioni sino-giapponesi si accentuarono. Nel 1894, quando il trono coreano fu messo in pericolo da una rivolta, sia la Cina sia il Giappone colsero l’occasione per inviare truppe a protezione della famiglia reale. I Giapponesi, più rapidi nell’operazione, tra il 21 e il 23 luglio occuparono il palazzo reale a Seoul, assassinarono la regina (politicamente filo-cinese) e nominarono un primo ministro leale ai loro interessi.
Negli stessi giorni una nave da trasporto affittata dagli inglesi, con a bordo 1.200 soldati cinesi destinati a rafforzare il contingente già presente in Corea, fu intercettata da un incrociatore giapponese; il trasporto fu affondato e appena 200 uomini riuscirono a sopravvivere. Solo più tardi, il primo agosto, la guerra venne dichiarata ufficialmente.
Nel giro di due mesi il corpo di spedizione nipponico aveva sconfitto le truppe cinesi, mal comandate e mal pagate, in una serie di battaglie nei pressi di Seoul e Pyongyang. In ottobre i Giapponesi attraversarono il fiume Yalu e penetrarono in territorio cinese. Il 21 novembre un’armata giapponese conquistò la roccaforte di Lüshun, sulla punta meridionale della penisola del Liaodong, nella regione del Liaoning; gli occupanti furono poi accusati del massacro di migliaia di abitanti della città, drammatica anticipazione di altre violenze di cui si sarebbero macchiati i militari giapponesi nelle successive guerre. Sorte non migliore capitò alla flotta cinese che, dopo una cocente sconfitta il 17 settembre al largo della foce dello Yalu, aveva cercato rifugio nel porto fortificato di Weihaiwei (Shandong).

A febbraio un audace colpo di mano giapponese conquistò la città e gran parte delle navi cinesi fu affondata; a causa della disfatta il comandante della guarnigione e un paio di ammiragli furono costretti al suicidio. Alla corte dell’imperatore Guangxu (Aisin Gioro Zaitian, 1871 – 1908, r. 1975 – 1908) e dell’imperatrice-madre Cixi (1835 – 1908) non rimaneva che negoziare la pace, mentre gli invasori sbarcavano sulle coste di Taiwan e soprattutto minacciavano di marciare su Pechino.
La guerra sino-giapponese, pur nella sua brevità, rappresenta un punto di non ritorno nella storia della dinastia mancese costretta, dopo l’inequivocabile sconfitta sul campo, ad accettare il 17 aprile 1895 le condizioni umilianti del trattato di Shimonoseki: la perdita di Taiwan e delle isole Penghu (note in Occidente anche con il nome di Pescadores), il ridimensionamento della propria sfera d’influenza con il regno coreano trasformato in un protettorato giapponese e, soprattutto, un gravoso fardello di indennità di guerra a favore del vincitore.
Le necessità finanziarie del Celeste Impero generarono un complesso gioco diplomatico che i funzionari Qing sfruttarono abilmente per contenere i danni, fomentando la rivalità tra Russi e Francesi, da un lato, e Inglesi, dall’altro, e manipolando le potenze occidentali contro i Giapponesi. Se l’integrità dell’impero fu sostanzialmente salvata, con grande disappunto dei vincitori nipponici che miravano all’annessione del Liaodong, così non fu per l’autonomia finanziaria: la crisi del 1894 – 1895 rappresentò, oltre che al fallimento delle precedenti politiche di modernizzazione, l’inizio dell’indebitamento dello Stato cinese nei confronti della grande finanza mondiale. Le vicende cinesi videro la loro definitiva “globalizzazione”, con l’inserimento nella più ampia questione dei prestiti internazionali: un processo che spingerà il paese in una situazione di soggezione semi-coloniale.
Lo stress economico, le crisi interne ed esterne che affossarono ulteriormente il prestigio della monarchia, le crescenti ingerenze straniere, soprattutto in campo ferroviario, nonché la corsa sfrenata alle concessioni (che vide partecipare anche l’Italia) avrebbero portato, nel giro di pochi anni, al collasso definitivo del millenario sistema imperiale.
A chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio il saggio di Roberto Peruzzi Diplomatici, banchieri e mandarini. Le origini finanziarie e diplomatiche della fine dell’Impero Celeste (Mondadori Università, 2015): pagine illuminanti su uno dei momenti più difficili per la Cina nel cosiddetto “secolo dell’umiliazione”.
