La disputa territoriale degli anni ‘60 tra Cina e URSS ha radici profonde.
Tra il 1858 e il 1860 la Russia zarista, approfittando dei problemi interni cinesi, riuscì a prendere il controllo di una vasta area dell’impero Qing, in particolare della Manciuria a nord e a est dei fiumi Amur (in cinese Heilongjiang) e Ussuri (Wusuli), regione scarsamente abitata sulla quale le mire russe risalivano addirittura alla metà del XVII secolo. Le infiltrazioni di cosacchi e avventurieri russi erano però state frenate per oltre un secolo e mezzo dalla superiorità militare e logistica cinese nella zona. Al 1860 risale la fondazione, nei territori appena annessi, dell’importante città portuale di Vladivostok, che si sviluppò rapidamente dopo l’arrivo della ferrovia Transiberiana nel 1893.
Il trattato di Aigun siglato il 28 maggio 1858 e la convenzione di Pechino del 18 ottobre 1860, che avevano sancito le acquisizioni territoriali russe, non furono messi in discussione neanche dopo la caduta dell’autocrazia zarista e la rivoluzione bolscevica. Sebbene l’Unione Sovietica abrogasse tutti i “trattati ineguali” di cui beneficiava, ereditati dal periodo precedente e gravanti sulla giovane Repubblica di Cina, i territori contesi dell’estremo oriente non furono restituiti da Mosca. La quale consolidò anche l’influenza sulla Mongolia Esterna, dal 1924 Repubblica Popolare Mongola.
L’atteggiamento del Cremlino non cambiò neanche con la nascita della Repubblica Popolare Cinese (RPC), proclamata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949. L’idea sostenuta da Mosca era che il confine con la Cina non fosse tanto il risultato di imposizioni alla dinastia Qing, quanto l’evoluzione naturale della colonizzazione russa nel suo movimento verso le sponde dell’Oceano Pacifico.
Con la rottura dell’amicizia tra URSS e RPC, sancita dal ritiro dei consiglieri sovietici dal territorio cinese nel 1961, le vecchie frizioni tornarono a farsi sentire, contribuendo all’ulteriore deterioramento della relazione tra Mosca e Pechino.
La rapida vittoria conseguita nel breve conflitto contro l’India nell’autunno del 1962, successo figlio delle riforme militari promosse dal ministro Peng Dehuai, non solo aveva iniettato una forte dose di fiducia nell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) ma aveva spinto la RPC a riprendere con forza le storiche rivendicazioni lungo il confine settentrionale, che riguardavano non solo i territori del Nord-est e del Xinjiang, in Asia centrale, ma anche la linea di demarcazione fra la Mongolia Interna (provincia della RPC) e la Mongolia filo-sovietica.
A partire dalla metà degli ’60 le tensioni sul confine crebbero progressivamente, a tal punto che tra il 1964 e il marzo del 1969 furono registrati, complessivamente, oltre quattromila fra sconfinamenti e schermaglie, con scontri a fuoco tra reparti sovietici e cinesi sempre più violenti.
Ovviamente allo scisma interno al mondo comunista non furono estranee ragioni ideologiche, fra cui la destalinizzazione della società sovietica e la questione della coesistenza pacifica con l’Occidente, ma i problemi secolari relativi alla frontiera in comune tra i due colossi furono determinanti nell’evoluzione della crisi.
Nel febbraio del 1964 una delegazione sovietica giunse a Pechino, con lo scopo di affrontare e dirimere la questione territoriale. I colloqui si arenarono rapidamente, sino a essere cancellati nel giro di alcuni mesi.
Nell’autunno del 1967 l’URSS accusò la RPC, per la prima volta, di aver allestito nella regione autonoma dello Xinjiang dei campi di detenzione destinati a raccogliere dissidenti di nazionalità uigura nonché cittadini sovietici. Secondo fonti moscovite, nel solo 1962 circa sessantamila cittadini di passaporto cinese, prevalentemente uiguri e di altre minoranze centrasiatiche, attraversarono il confine per sfuggire alle persecuzioni. Dalla parte opposta, Pechino denunciò Mosca di interferenze illecite nello Xinjiang, con l’obiettivo di sovvertirne l’ordine.
Con la destituzione di Krusciov nell’ottobre del 1964 e l’ascesa di Breznev alla guida del Cremlino, la politica sovietica nei confronti della RPC rimase sostanzialmente immutata.
In tempi più sereni, nel dicembre del 1957, Mosca e Pechino avevano firmato un accordo che tracciava nella Manciuria un confine accettabile per ambo le parti, regolando anche il diritto alla navigazione sui grandi fiumi dell’area. Nell’aprile del 1966 le autorità cinesi, per volere del ministro degli esteri Chen Yi, resero note alcune nuove disposizioni, che limitavano fortemente i trasporti sovietici su Amur e Ussuri. Ovviamente le lamentele di Mosca non si fecero attendere.
A complicare la situazione si inserì la forte propaganda anti-sovietica che infiammò la Cina sull’onda della Rivoluzione culturale, specialmente a partire dai mesi finali del 1966. Le contestazioni davanti all’ambasciata di Mosca e le ripetute dichiarazioni ufficiali, secondo le quali gran parte dei territori dell’URSS in estremo oriente fosse stata un tempo cinese, dimostrano che Pechino era riuscita a creare un clima di vera e propria isteria anti-sovietica, nell’ambito di una lotta senza quartiere che vedeva fronteggiarsi da un lato Mao Zedong e Lin Biao, che aveva sostituito Peng Dehuai a capo dell’esercito, e dall’altro Liu Shaoqi e il gruppo filo-sovietico in seno alla classe dirigente cinese.
Indubbiamente l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto del 1968 e il discorso tenuto da Breznev a Varsavia il 13 novembre dello stesso anno, nel quale veniva enunciata la dottrina della sovranità limitata, peggiorarono l’opinione che Pechino aveva di Mosca e della sua politica, non a caso etichettata come “social-imperialista”. Per sottolineare la propria superiorità bellica, l’URSS iniziò a compiere una serie di esercitazioni nel distretto militare dell’estremo oriente che, invece di intimorire la RPC, provocarono una escalation negli incidenti di frontiera.
In questo settore Mosca già da tempo aveva aumentato il numero di divisioni, passando dalle diciassette del 1965 alle trentasette del 1969, alle quali si dovevano aggiungere quelle schierate in Mongolia, con la quale l’URSS era legata da un trattato di amicizia e collaborazione.
Oltre a mezzi corazzati e artiglieria pesante, l’Armata Rossa aveva dispiegato anche sofisticati sistemi missilistici a corto e medio raggio, del tipo SCUD ed SS-4.
Lo scenario degli scontri furono le circa settecento isole fluviali, spesso poco più che banchi di sabbia, che punteggiavano i fiumi Amur e Ussuri. Le forze sovietiche ne controllavano la maggior parte, occupate nel 1929, durante il breve conflitto armato tra l’Armata Rossa e le milizie del signore della guerra Zhang Xueliang, e soprattutto nel corso gli anni Trenta, decennio caratterizzato da continui scontri con l’impero giapponese che nel 1931 aveva preso il controllo della Manciuria cinese.
In realtà molti pescatori cinesi attraccavano quotidianamente su queste isole, in aperta violazione degli accordi; quando le autorità sovietiche se ne accorgevano si limitavano ad espellere gli intrusi, senza però ricorrere alla violenza.
Il primo ingaggio di un certo rilievo si verificò il 2 marzo 1969, sull’isola di Damanskij (Zhenbao dao), sul fiume Ussuri. Da tempo entrambe le parti reclamavano questo piccolo lembo di terra di appena 0,74 kmq, portando a proprio favore precedenti storici.

Durante la notte fra il primo e il 2 marzo circa trecento soldati dell’EPL, su ordine del generale Chen Xilian, attraversarono l’Ussuri ghiacciato e occuparono rapidamente l’isola, trincerandosi dopo aver superando la resistenza delle guardie di frontiera sovietiche. Con il sorgere del sole, l’artiglieria cinese aprì il fuoco sulle postazioni nemiche al di là del fiume, dando il via alla battaglia.
Nel corso della giornata l’Armata Rossa, grazie all’arrivo di provvidenziali rinforzi, riuscì a riprendere il controllo di Damanskij. I sovietici lamentarono la perdita di trentadue uomini, mentre altri diciannove furono catturati dall’EPL. Da parte cinese si contarono oltre duecento morti, sebbene sia difficile avere stime più precise.
Mosca e Pechino si accusarono reciprocamente di aver dato luogo a una provocazione senza precedenti. In entrambi i paesi divamparono le proteste, con numerosi cortei davanti le ambasciate. Le indagini condotte sui corpi delle guardie di frontiera sovietiche riscontrarono torture ed esecuzioni sommarie condotte dai militari cinesi, che approfittarono anche per impadronirsi di uniformi e stivali.
Due settimane più tardi, tra il 14 e il 15 marzo, l’Armata Rossa e l’EPL diedero il via a una nuova serie di combattimenti, di portata anche maggiore per numero di uomini e mezzi coinvolti.
Secondo le principali fonti (compresa l’intelligence statunitense), l’EPL gettò nello scontro circa duemila uomini nel tentativo di riprendere il controllo dell’isola di Damanskij. Di fronte a un furente assalto, la fanteria sovietica (in forte inferiorità numerica) rispose inizialmente con il fuoco delle mitragliatrici ma poi fu costretta a ritirarsi. L’esercito cinese diresse quindi il tiro della propria artiglieria sulle forze sovietiche dispiegate sull’altra riva, con l’intento di bloccare i rinforzi in procinto di transitare sulle acque ghiacciate dell’Ussuri, fra i quali undici veicoli corazzati BTR-60 adibiti al trasporto della fanteria.
Dopo aver permesso ai fanti cinesi di avanzare, i sovietici contrattaccarono, utilizzando anche quattro carri armati T-62, fatti giungere frettolosamente dallo stato maggiore sul luogo della battaglia. Poiché i conducenti non conoscevano la zona, il colonnello Leonov del 57° distaccamento di frontiera salì sul carro di testa per dirigere l’attacco.
Invece di avanzare attraverso l’isola, la colonna di carri armati la costeggiò, muovendosi sul ghiaccio e avvicinandosi alla riva cinese. La manovra di aggiramento fu però bloccata quando il carro armato di testa, con sopra il colonnello Leonov, urtò una mina e perse i cingoli. Rendendosi conto che l’EPL aveva minato l’intera zona, Leonov ordinò la ritirata. Mentre il colonnello abbandonava il T-62 immobilizzato, venne colpito e ucciso dal fuoco di un cecchino cinese, diventando la vittima sovietica di più alto grado del conflitto.
Nel pomeriggio le forze cinesi, impossibilitate a resistere ai ripetuti attacchi sovietici supportati da lanciarazzi BM-21 ed elicotteri Mi-4, furono infine costrette a ripiegare, riparando sulla propria riva dell’Ussuri. Alle sette della sera la battaglia poteva considerarsi conclusa, dopo più di nove ore di accesi combattimenti. Il 17 marzo si verificarono ancora degli sporadici scontri a fuoco, con l’impiego di artiglieria, specialmente attorno ai resti del T-62 sovietico che infine cadde in mano dei soldati cinesi.
Al termine della seconda battaglia sull’Ussuri, l’Armata Rossa sostenne di aver perso 26 uomini, oltre a numerose decine di feriti. Più difficile il conteggio delle vittime cinesi, anche se alcune fonti stimano, per il solo 15 marzo, in circa 800 il numero di morti e feriti dell’EPL. I dati ufficiali cinesi si fermano a 68 caduti.
Nei mesi che seguirono, al di là dei proclami ufficiali, furono fatti dei tentativi, specialmente da parte sovietica con il primo ministro Kosygin, di riprendere le trattative che però, nell’immediato, non portarono a nessun risultato. Gli incidenti invece continuarono, soprattutto lungo il fiume Amur anche se il più grave occorse sul confine occidentale tra RPC e Kazakistan sovietico, nella località di Tielieketi. Qui il 13 agosto una pattuglia cinese in procinto di violare il confine venne attaccata da un distaccamento di guardie di frontiera sovietiche. Sul campo rimasero due militari sovietici e ventotto cinesi, mentre altri quattro membri dell’EPL furono catturati.
In un clima estremamente teso, l’11 novembre Kosygin e Zhou Enlai, primo ministro cinese, si incontrarono finalmente nell’aeroporto di Pechino congelando di fatto il conflitto. L’accordo prevedeva non solo la cessazione immediata delle provocazioni ma stabiliva anche che ciascuna forza armata non avrebbe aperto il fuoco per prima. Probabilmente era stata scongiurata una guerra devastante, potenzialmente nucleare, tra le due potenze comuniste, sebbene per la normalizzazione dei rapporti si sarebbe dovuto aspettare la nomina di Gorbaciov a segretario del PCUS, nel 1985.
Davanti all’opinione pubblica mondiale, la RPC aveva mostrato con questa crisi di avere il coraggio di sfidare apertamente la sovranità limitata postulata da Breznev e affrontare la temibile Armata Rossa, nonostante la netta superiorità tecnologia di quest’ultima e le condizioni non ideali dell’EPL, scosso dalla Rivoluzione culturale e in particolare dalle epurazioni volute da Lin Biao nei ranghi degli ufficiali.
Nel decennio successivo l’URSS aumentò, quantitativamente e qualitativamente, l’entità delle proprie forze sul confine con la Cina: ciò non impedì a Pechino di sviluppare nuove e feconde relazioni con gli USA, non più percepiti come il nemico principale, e di perseguire una politica autonoma nell’ex Indocina francese, come dimostrano il sostegno ai Khmer Rossi in Cambogia e la breve guerra del 1979 contro la Repubblica Socialista del Vietnam.
Nel maggio del 1991 l’URSS, poco prima del suo scioglimento, ha ceduto definitivamente l’isola di Damaskij alla RPC, mentre nel 1999 il Kazakistan ha riconosciuto la sovranità cinese sulla zona di Tielieketi.

Nella stesura di questa pillola ho utilizzato come fonte principale il testo di Bruce A. Elleman Modern Chinese Warfare, 1795 – 1989 (2001), del quale purtroppo manca ancora un’edizione in italiano; preziosi anche i manuali di storia contemporanea cinese (e russa).
Nell’immagine in evidenza militari sovietici su un mezzo corazzato fronteggiano una pattuglia cinese.
Fonte foto Wikipedia.