Dopo la storica battaglia navale sul Bach Dang (il fiume del “Glicine Bianco”) nel 938, iniziò un nuovo capitolo della storia vietnamita, con la Cina non più nei panni della dominatrice ma in quelli di fonte costante di timori e, contemporaneamente, di punto di riferimento culturale, imprescindibile nella costruzione statale e culturale del giovane regno del Dai Viet.
Il confine settentrionale non era ancora fissato stabilmente, popolato com’era da tribù di montanari (in prevalenza Zhuang, Yao e Lolo) che non esitavano a riconoscersi vassalli sia del sovrano cinese sia di quello vietnamita. Allo stesso tempo la frontiera meridionale iniziò ad avanzare, lentamente ma con continuità, grazie alla spinta demografica, strappando spazio vitale al regno indianizzato di Champa che si estendeva sulla costa del Vietnam centrale e meridionale.
Malgrado la forte impronta culturale del mondo cinese, il popolo vietnamita aveva conservato numerosi aspetti dell’antica civiltà che aveva le sue radici nella cultura di Dong Son. Tra questi il culto degli spiriti, i tatuaggi, l’abitudine di masticare il betel o la laccatura dei denti, ma anche la coltura intensiva di riso, cotone e canna da zucchero, settore in cui gli antichi abitanti della valle del Fiume Rosso avevano trasmesso preziose conoscenze agli agricoltori cinesi. Né il paese era stato impermeabile ad altre influenze, come quelle, importanti specialmente dal punto di vista spirituale e iconografico, giunte dal subcontinente indiano.
Dopo la liberazione dal giogo cinese, i sovrani vietnamiti lottarono duramente contro le tendenze centrifughe dei capi locali, sia nelle pianure sia nelle regioni collinari e montuose. Soltanto alla metà dell’XI secolo, un’ottantina di anni dopo lo scontro sul fiume Bach Dang che aveva sancito l’indipendenza nazionale, il casato Ly (1009 – 1225) riuscì a eliminare definitivamente la piaga dei signori della guerra, consolidando la monarchia grazie alla creazione di una amministrazione centralizzata, all’adozione del sistema cinese degli esami (con un programma basato sui Quattro Libri e i Cinque Classici della tradizione confuciana), per selezionare i funzionari (sebbene riservato solo ai rampolli dell’aristocrazia) e alla promozione dell’economia mediante la realizzazione di grandi opere pubbliche.
Dal 4 febbraio 960, con la fondazione della dinastia Song da parte dell’imperatore Taizu (Zhao Guangyin, 927 – 976, r. 960 – 976), la Cina tornava a essere un vicino potenzialmente pericoloso per il neonato Stato vietnamita. Nella realtà dei fatti l’impero Song si rivelò estremamente debole nei confronti dei vicini, a nord come a sud, incorrendo in memorabili sconfitte sul campo di battaglia. La frontiera sino-vietnamita non fece eccezione.
Nel 980 i Song vollero approfittare della giovinezza del nuovo sovrano vietnamita Dinh Phe De (974 – 1001, r. 979 – 980), figlio del grande unificatore Dinh Bo Linh, per ristabilire il controllo sull’antica provincia di Jiaozhi.
Per resistere all’invasione, i comandanti militari vietnamiti e la stessa regina-madre deposero il re bambino e proclamarono sovrano il reggente Le Dai Hahn (941 – 1005, r. 980 – 1005; con lui inizia la breve dinastia dei Le anteriori, 980 – 1009). Costui, alla testa delle truppe, nell’aprile del 981 tese un’imboscata alle colonne nemiche avanzanti. L’agguato ebbe successo e l’esercito Song perse metà degli effettivi, oltre a due generali catturati dai Vietnamiti.
Poiché la potenza cinese rimaneva temibile, Le Dai Hahn giudicò prudente offrire la pace e la sottomissione formale. L’accordo fu accettato prontamente dalla corte imperiale di Bianjing (oggi Kaifeng, nello Henan), assorbita dalle lotte, ben più impegnative e minacciose per l’esistenza stessa della dinastia Song, contro i Khitan a nord e i Tanguti del regno di Xixia a nord-ovest.
Nei decenni successivi la Cina dei Song fu in grado di mantenere il controllo sulle popolazioni indigene delle province meridionali e di soffocarne le tendenze separatiste, come successe con le tribù Zhuang che, tra il 1049 e il 1053, tentarono inutilmente di strappare all’impero Guangxi e Guangdong. La corte di Bianjing però si rivelò assolutamente incapace di riaffermare l’antica supremazia più a sud. La scarsa efficacia dell’esercito imperiale, nonostante armamenti per l’epoca avanzati che comprendevano anche le prime armi da fuoco, spinse i sovrani Ly a comportamenti del tutto inediti rispetto al passato.
Nel 1075 l’esercito del Dai Viet (nome che il paese aveva assunto nel 1054 e che avrebbe mantenuto sino al 1804) penetrò in territorio cinese all’inseguimento di oppositori del regime Ly, fuggiti nella provincia limitrofa del Guangxi. Diverse città, capoluoghi di distretto e prefettura, furono attaccate e devastate.
La corte Song reagì immediatamente alla violazione dei propri confini e l’imperatore Shenzong (Zhao Zhongzhen, 1048 – 1085, r. 1067 – 1085) ordinò una spedizione punitiva, spronato dal cancelliere Wang Anshi (1021 – 1086, uno degli statisti cinesi più importanti dell’XI secolo), che scrisse di propria mano l’editto.
Prima che le forze Song fossero pronte per l’offensiva, i Ly assaltarono la grande città di frontiera di Yongzhou. Nonostante una tenace resistenza, gli invasori riuscirono a fare breccia nelle mura cittadine il primo marzo 1076, abbandonandosi poi a un massacro indiscriminato durante il quale morirono migliaia di persone, fra funzionari, militari e civili.
L’esercito Song, quando arrivò, trovò una città quasi del tutto rasa al suolo, mentre le forze Ly si erano ritirate portandosi dietro un elevato numero di prigionieri e un bottino enorme.
Dopo aver creato una coalizione con l’impero Khmer e il regno di Champa, sempre pronto ad approfittare delle difficoltà vietnamite, i Song entrarono nel territorio del Dai Viet con un esercito che comprendeva centomila soldati, un numero doppio di portatori e circa diecimila cavalli. Travolte le difese nemiche, le forze cinesi marciarono su Thang Long, la capitale vietnamita scelta dai Ly (oggi corrispondente al centro di Hanoi), per poi attestarsi sulla riva nord del fiume Cau.
Ripetuti tentativi cinesi di attraversare il corso d’acqua furono respinti dai Vietnamiti, guidati dall’intrepido Ly Thuong Kiet (1019 – 1105), generale e ammiraglio tuttora annoverato fra i grandi eroi nazionali. Né ottenne risultato migliore un contrattacco vietnamita. I due avversari finirono per immobilizzarsi a vicenda, ciascuno sulla propria riva del fiume.
Tuttavia il tempo giocava a favore dei Vietnamiti. Le difficoltà nei rifornimenti, il clima e le malattie, tra cui la micidiale “febbre delle paludi”, minacciarono più del nemico di distruggere l’esercito cinese, che perse circa metà degli effettivi. Da parte loro le autorità del Dai Viet temevano che una guerra prolungata avrebbe portato ulteriori distruzioni al tessuto agricolo e sociale del paese, duramente provato dalle operazioni belliche.
Il comandante Ly Thuong Kiet intavolò trattative di pace che trovarono negli inviati cinesi un atteggiamento favorevole. I Song accettarono di ritirarsi in cambio di cinque delle prefetture contestate. Dopo quindici mesi la guerra era terminata.
Nel 1079 alcuni dei territori oggetto della disputa furono restituiti dall’impero Song in cambio dei numerosi prigionieri ancora in mano vietnamita, mentre nel 1084 una commissione mista delimitò ufficialmente la frontiera in comune, rimasta sostanzialmente immutata sino a oggi. La pace così raggiunta sarebbe durata sino alla calata dei Mongoli, nel XIII secolo.
Il pericolo di una nuova annessione fu scongiurato grazie all’unione di intenti tra il popolo e l’aristocrazia guerriera che sosteneva il regime Ly. Se il paese, da poco indipendente, trovò lo spirito giusto per resistere all’armata cinese, non meno importante fu l’istituzione del “registro dei coscritti” (evoluzione del precedente registro dei focolari) che permise di mobilitare il numero sufficiente di uomini per l’esercito. Esercito che, per la prima volta, non era quello di un nobile o di un signore della guerra bensì di una nazione intera.
Senza dubbio anche il genio militare e l’acume politico di Ly Thuong Kiet ebbero un peso rilevante nel conseguire la vittoria finale e ristabilire la pace, così come le perduranti minacce sulla propria frontiera settentrionale che spinsero il governo Song, costretto dagli eventi a una politica estera fondata sul realismo, a trovare una soluzione onorevole al conflitto con il Dai Viet.
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Guerre a parte, che in ogni caso non durarono a lungo, i rapporti tra la Cina dei Song e il Vietnam dei Ly furono proficui per entrambe le parti. L’interscambio commerciale tra i due paesi crebbe costantemente, anche al di fuori delle missioni tributarie ufficiali, grazie a due economie ricche, dinamiche e all’avanguardia mondiale in svariati settori. Non è un caso se proprio nell’XI secolo i Vietnamiti appresero dai Cinesi l’uso della cartamoneta, poco dopo che questa era stata adottata per la prima volta nel Celeste Impero tra il 1023 e il 1024.
Dal punto spirituale gli effetti di questa stretta relazione furono rilevanti: il continuo flusso di religiosi e di testi sacri dalla Cina permisero al Buddismo vietnamita, e specialmente alla sua organizzazione ecclesiastica, di toccare uno dei momenti di massimo splendore della propria storia.
Memorabili furono gli arrivi di scritture sacre nel 1018 e nel 1034, per le quali i sovrani Ly organizzarono laboratori di copiatura.
Un apogeo che si concretizzò nella costruzione di templi e monasteri, nella creazione di vaste proprietà e nella proliferazione di sette che diedero al Buddismo, per la prima volta, caratteri più squisitamente nazionali rispetto al passato.
Allo stesso tempo pure il Confucianesimo mosse passi importanti come dimostra, nel 1072, l’inaugurazione nella capitale del Tempio della letteratura, destinato a ospitare l’accademia nazionale dal 1076 al 1779.
Nella stesura di questa pillola il testo principale è stato il monumentale ed esaustivo The Cambridge History of China, volume 5. The Sung Dynasty and Its Precursors, 907-1279, Part I, a cura di Paul Jakov Smith e Denis Twitchett (Cambridge University Press 2009).

Nell’immagine in evidenza, statua moderna del comandante vietnamita Ly Thuong Kiet (1019 – 1105)