Nel 1977, durante i lavori di smantellamento di una collina per fare spazio a un impianto industriale, una squadra dell’Esercito Popolare di Liberazione effettuò a Leigudun, a 2 km a nord-ovest di Suizhou (nello Hubei), una delle più importanti scoperte dell’archeologia cinese del XX secolo, ovvero la tomba di Yi, marchese di Zeng, esplorata e studiata in maniera approfondita a partire dai primi mesi del 1978.
Il personaggio, di età oscillante tra i 42 e i 45, fu sepolto nel 433 a. C. o negli anni immediatamente successivi (in base alla datazione ricavata dall’iscrizione rinvenuta su una campana rituale), dopo aver governato la signoria di Zeng. Questa era una piccola entità politica, chiamata nelle fonti anche Sui e praticamente sconosciuta prima di questa scoperta, che orbitava nell’orbita del più potente regno di Chu.

La tomba, interamente foderata da 60 tonnellate di carbone vegetale, era composta da una camera funeraria di legno, suddivisa in quattro vani di dimensioni differenti, con una superficie complessiva di circa 220 mq, posta alla base di un pozzo verticale profondo 13 metri e scavato nella roccia (nell’immagine in evidenza il sito nel maggio del 1978, durante gli scavi).
Il pozzo era stato riempito con strati di terra pressata alternati a lastre di pietra, argilla raffinata e carbone: tale struttura ha consentito la formazione di un ambiente anaerobico, che ha conservato la tomba e il corredo contenuto al suo interno.
Nell’ambiente orientale sono stati rinvenuti i sarcofagi laccati e dipinti, posti uno dentro l’altro, che racchiudevano il corpo dell’aristocratico e otto sarcofagi di accompagnamento, contenenti le spoglie di altrettante consorti, oltre a una cassa con i resti di un cane. Dall’ambiente occidentale sono emersi altri 13 feretri, appartenenti alle cameriere personali del marchese. Dalle analisi delle ossa umane è stato accertato che i 21 individui di sesso femminile avevano un’età compresa tra i 13 e i 26 anni.
L’imponente corredo era formato da ben 15.404 manufatti, tanti ne hanno catalogati gli archeologi, tra bronzi (per un peso complessivo superiore alle dieci tonnellate e mezzo), ori, giade, legni laccati, ceramiche e persino tessuti, stuoie di bambù e pelli lavorate.
Il vano centrale simboleggiava probabilmente la sala delle cerimonie di un’abitazione aristocratica e ospitava decine di strumenti musicali e 117 vasi rituali di bronzo, ottenuti sia con il metodo della cera persa (all’epoca relativamente recente in Cina) sia attraverso la fusione con matrici multiple di ceramica, un metodo già impiegato in epoca Shang (circa 1600 – 1045 a. C.) che permetteva un elevato grado di standardizzazione dei prodotti. Fra i bronzi spicca la presenza di calderoni ding, pignatte gui e porta-ghiaccio jian.
Fra le scoperte più sorprendenti figurano certamente i 125 strumenti musicali di bambù, legno, pietra e bronzo, divisi in 8 gruppi, comprendenti campane, litofoni, tamburi, strumenti a corda, organi a fiato (sheng), diverse tipologie di flauto (compresi flauti di pan, paixiao), affiancati da quasi duemila accessori come telai, bacchette e supporti per la sospensione, eccezionalmente ben conservati.
Il gruppo più vasto di campane di bronzo rinvenuto ad oggi in Cina, del peso di circa 2.650 kg, è un carillon formato da 19 campane niu, da 45 campane yong e da una campana bo, disposte su tre livelli sopra un telaio a forma di “L” e ciascuna recante un’iscrizione (per complessivi 3.755 caratteri, per la maggior parte intarsiati in oro). Tali iscrizioni riportano i toni emessi da ogni campana (per una estensione totale pari a cinque ottave) e registrano la complessa corrispondenza fra le note musicali e i loro corrispettivi negli Stati di Chu, Jin, Qi, Shen, Zhou e Zeng.
I supporti delle campane, formati da intelaiature di legno con elementi di bronzo, documentano inoltre la disposizione e la sequenza degli strumenti. Nel loro insieme tali dati costituiscono una fonte importante, e senza pari, per lo studio della musica cinese prima dell’unificazione del 221 a. C.

Otto strumenti, esclusivamente a fiato e a corda (compresa una cetra qin a dieci corde), sono stati ritrovati nei pressi dei sarcofagi del marchese e delle otto concubine, concreta testimonianza dell’esistenza di una forma musicale di intrattenimento, che si affiancava alle grandi esecuzioni delle cerimonie ufficiali alle quali erano destinati i carillon di campane e di litofoni.
Tra gli altri rinvenimenti di rilievo si segnala una mappa astronomica su una cassa per abiti di legno laccato che riporta le 28 dimore lunari e l’Orsa Maggiore (quest’ultima fiancheggiata da un drago e una tigre) nonché una statua bronzea con intarsi in oro e turchese di una gru ornata con corna di cervo (forse un messaggero celeste). Non mancano gli oggetti di giada con una netta prevalenza di ornamenti personali, non a caso rinvenuti nei pressi del corpo del marchese.
La camera settentrionale, la più piccola del complesso sepolcrale, custodiva circa 4.000 articoli di natura militare come alabarde, punte di freccia ed elementi per carri da guerra, oltre ai più antichi esempi conosciuti di testi scritti su strisce di bambù, preziosa testimonianza dello stile calligrafico adoperato allora negli Stati di Chu e Zeng. I documenti elencano le persone che presero parte al funerale del marchese; fra queste la famiglia reale di Chu, per la quale è registrato anche il numero di carri e cavalli impiegati nel trasporto.
I manufatti rinvenuti in questa sepoltura mostrano forti influenze culturali di Chu, mentre la tipologia e le associazioni sono conformi alle pratiche rituali della tradizione reale Zhou e della Pianura Centrale. La forma irregolare della tomba testimonia inoltre un’evoluzione nella planimetria, iniziata nel periodo delle Primavere e degli Autunni (771 – 453 a. C.), con l’abbandono definitivo del pozzo semplice, accompagnato o meno da una rampa di accesso, a favore di una pianta più complessa, composta da più camere disposte attorno a un’ambiente centrale. La distribuzione spaziale suggerisce la volontà di distinguere, a differenza del passato, ambienti specifici della dimora eterna come fosse una residenza terrena, dove ricostruire momenti della vita quotidiana della persona defunta.
La presenza di piccole porte che mettevano in comunicazione i quattro vani potrebbe essere la prova della credenza nell’anima po, che si riteneva restasse unita al corpo dopo la morte (a differenza dell’anima hun, destinata a ricongiungersi con la sfera celeste) e attestata nelle fonti a partire almeno dal IV secolo a. C.
La tomba del marchese Yi di Zeng è di eccezionale importanza poiché, pur appartenendo a una figura fondamentalmente secondaria del periodo degli Stati combattenti (453 – 221 a. C.), ha gettato luce su molti aspetti della civiltà cinese antica, dalla musica alla calligrafia, grazie al corredo funebre risalente a questa epoca più vasto e diversificato scavato finora in Cina. Nel 1981 è stata scoperta, a un centinaio di metri da quella del marchese, anche una seconda sepoltura appartenente a una dama della stessa famiglia aristocratica che ha restituito un carillon di “appena” 36 campane.
Per la stesura di questa pillola ho attinto abbondantemente alla voce “Leigudun”, di Yang Xiaoneng, contenuta nel volume Asia (p. 671) dell’Enciclopedia Archeologica Treccani (2005), e ai numerosi contributi, in primis quello firmato da Sabrina Rastelli, presenti nel monumentale La Cina, I**. Dall’età del Bronzo all’impero Han, a cura di Tiziana Lippiello e Maurizio Scarpari (Einaudi 2013).
Inoltre a chi volesse approfondire la storia della ricerca archeologica in Cina si consiglia la lettura del saggio Un secolo di archeologia cinese. Storia della disciplina dall’inizio del XX secolo ai giorni nostri, di Chiara Visconti (Mondadori Education 2016).
