Le dinastie Han (202 a. C. – 220 d. C.) e Tang (618 – 907) sono giustamente ricordate tra i momenti più significativi della millenaria storia cinese. Di conseguenza i secoli che le dividono sono stati considerati spesso come un semplice periodo di transizione, a lungo trascurato dalla storiografia locale e occidentale.
In realtà questo fu un momento di profondi cambiamenti che interessarono tutti gli aspetti del mondo cinese, inclusa la sfera artistica, che solo i tumultuosi eventi politici e militari hanno messo in ombra. Con l’espressione Sei Dinastie ci si riferisce a questo periodo, molto complesso e da alcuni anni oggetto di una importante riscoperta, compreso tra la caduta della dinastia degli Han orientali nel 220 e la riunificazione imperiale realizzata dall’effimera dinastia Sui nel 589, antesignana della straordinaria epoca Tang.
Le similitudini tra questa fase della storia orientale e la coeva epoca della storia occidentale ha spinto molti studiosi, fra questi Arnold Toynbee, a utilizzare l’espressione “Medioevo” cinese.
Le analogie con il nostro Medioevo sono infatti numerose, a volte appariscenti. Innanzitutto le più estese e durature formazioni dell’Eurasia antica, ovvero l’impero di Roma e l’impero Han, entrarono in crisi più o meno nello stesso periodo e si disgregarono sotto la spinta di innumerevoli fattori, interni ed esterni. Vittime del proprio successo, questi imperi furono travolti dalle insormontabili contraddizioni sociali ed economiche che la loro crescita plurisecolare aveva contribuito a generare.
Il vuoto ideologico, causato dal declino delle istituzioni imperiali, fu colmato da religioni straniere, portatrici di un messaggio di salvezza universale: il Cristianesimo nel mondo mediterraneo e il Buddismo in Cina. Le fedi importate giocarono un ruolo determinante nel creare un nuovo insieme di valori, destinato a evolversi e durare sino a oggi.
In entrambi gli scenari non si può non citare il ruolo svolto dai popoli cosiddetti “barbari”: queste gentes externae penetrarono nei territori imperiali, grazie soprattutto alle loro indubbie qualità marziali, e presero il timone dei nuovi Stati, dimostrando non poco genio organizzativo. Nel loro operato furono spesso aiutate dalle vecchie classi dirigenti.
La frammentazione dello Stato da un lato comportò la nascita di un sistema retto da una aristocrazia guerriera, dall’altro provocò una “atomizzazione della società” (Sabattini – Santangelo, 1986) in entità territoriali chiuse e autosufficienti, in cui lo status dell’individuo era determinato dalla nascita.
L’ideale imperiale continuò però a sopravvivere e se ne fecero interpreti sia i nuovi sovrani di origine barbarica sia gli eredi legittimi del passato (romano e Han), ovvero la corte di Bisanzio a Occidente e quella di Jiankang (Nanchino) a Oriente. Le quali, sebbene situate in regioni periferiche rispetto al nucleo originario dell’impero, si sforzarono di conservare lo spirito e gli aspetti formali delle antiche istituzioni. Nonostante questi tentativi, in entrambi i casi la gloriosa tradizione imperiale si svuotò lentamente, ma inesorabilmente, di ogni contenuto.
Le somiglianze, per quanto vistose, non fanno però che evidenziare le differenze fondamentali nell’evoluzione storica delle due civiltà. Se in Occidente il sistema feudale e l’istituzione ecclesiastica (rappresentata dalla Chiesa di Roma) ostacolarono la rinascita di un impero centralizzato e universalmente riconosciuto, in Oriente le diverse forze sociali ed economiche lavorarono per una rinnovata unità statale. Anche la Chiesa buddista, pur acquisendo influenza politica e potenza economica, non riuscì a diventare un centro di potere alternativo all’autorità imperiale.
Da non trascurare inoltre la frattura insanabile che occorse in Occidente con l’ascesa, dal VII secolo, della civiltà arabo-islamica che frantumò l’unità del mondo mediterraneo: fenomeno che non ebbe equivalenti in Asia orientale.
Il motivo principale per cui in Cina si ebbe la ricostituzione dell’impero, a differenza dell’Occidente, è indubbiamente la solidità intrinseca della civiltà Han, capace non solo di fondere insieme le diverse componenti etniche presenti al suo interno ma anche di sviluppare istituzioni storicamente necessarie, come quelle preposte alla realizzazione delle grandi opere idrauliche che hanno sempre caratterizzato la civiltà agricola dell’Estremo Oriente.
L’idea imperiale si è sempre accompagnata in Cina a una concreta esigenza economica che anche le dinastie “sino-barbariche” hanno dovuto soddisfare per mantenere il controllo politico sulla valle del Fiume Giallo, la regione più densamente popolata e avanzata dal punto di vista economico del mondo cinese di allora.
I circa trecentocinquanta anni del Medioevo cinese sono anche uno dei periodi più importanti nella storia dell’arte cinese, un momento ricco di cambiamenti e innovazioni.
La disgregazione dell’impero e la crisi della cultura di cui era stato promotore aprirono la porta a fenomeni come l’autonomia regionale, le invasioni straniere e la migrazione di ampi strati della popolazione. Eventi che inevitabilmente provocarono cambiamenti nella cultura visiva e materiale, anticipatori dei successivi sviluppi artistici delle dinastie Sui e Tang.
Tre cambiamenti cruciali caratterizzarono l’arte di questo periodo. Innanzitutto la divisione politica del paese consentì nuove modalità di espressione. Non più dominata da un’unica tradizione metropolitana e da un sistema burocratico, l’arte cinese si sviluppò in nuove direzioni attraverso l’interazione di tradizioni regionali con le influenze straniere (in primis indiane e settentrionali). Tale interazione fu evidente in tutti i campi ma soprattutto nell’arte funeraria, che fin dall’antichità era stata centrale nella produzione artistica.
In secondo luogo la fede buddista, elemento fondamentale in questa ampia interazione culturale, fu abbracciata dalle autorità centrali, così come dalle comunità locali. Ciò comportò un cambiamento rivoluzionario nell’arte religiosa: invece di dedicarsi in modo quasi esclusivo alla venerazione ancestrale in ambito domestico e privato, furono creati templi e immagini per un culto basato sulla comunità. La religione d’origine straniera ispirò nuovi tipi di monumenti, come santuari rupestri e pagode, e stimolò allo stesso tempo la formazione del pantheon taoista.
In terzo luogo, nell’ambito della pittura e della calligrafia prevalse per la prima volta l’idea dell’arte per l’arte. L’artista uscì dall’anonimato, caratteristico dell’epoca precedente se non per poche eccezioni, guadagnandosi il diritto ad avere il proprio nome trasmesso ai posteri. In seguito all’indipendenza di questi due generi artistici, iniziarono a prosperare il collezionismo, il mercato dell’arte e la critica colta.
Queste innovazioni gettarono le basi per una tradizione artistica e letteraria, che sarebbe diventata la corrente principale dell’arte cinese sino all’alba del XX secolo.
Il periodo delle Sei Dinastie prende il nome dalle dinastie considerate legittime dalla successiva storiografia confuciana: Wei o Cao Wei (220 – 265), Jin o Sima Jin (265 – 420), Song o Liu Song (420 – 479), Qi meridionali (479 – 502), Liang (502 – 557) e Chen (557 – 589). A questa suddivisione si contrappone quella che considera valide solo le dinastie con capitale la Nanchino di oggi: l’unica differenza è nel primo posto, con la dinastia Cao Wei sostituita da quella Wu (229 – 280).
Non mancano storici che prediligono le dinastie settentrionali (a prescindere dall’origine etnica della famiglia regnante), con una periodizzazione sostanzialmente diversa: Cao Wei (220 – 265), Jin occidentali (266 – 316), Wei settentrionali (386 – 535), Qi settentrionali (550 – 577), Zhou settentrionali (557 – 581) e infine Sui (581–618).
In realtà all’interno di questa lunga epoca si possono distinguere ulteriori ripartizioni, a partire dal periodo dei Tre Regni (Cao Wei, Wu e Shu Han: 220 – 280), seguito dalla breve riunificazione imperiale realizzata dalla dinastia Jin tra il 280 e il 316. Dopo questa data la periodizzazione distingue tra nord e sud della Cina: a settentrione (valle del Fiume Giallo) abbiamo il burrascoso periodo dei Sedici Regni (304 – 439), con signorie rette da casate sino-barbariche e dalla vita contenuta; a meridione (bacino dello Yangzi) la dinastia Jin sopravvive sino al 420. Dopodiché si parla genericamente di dinastie del Sud e del Nord (420 – 589), periodo altrettanto complesso dei precedenti che si conclude con la riunificazione definitiva del 589.
Ottimo punto di partenza per un primo approccio al Medioevo cinese è il capitolo relativo nel manuale Storia della Cina, di Mario Sabattini e Paolo Santangelo (1986); per ulteriori approfondimenti (ma solo in inglese) i volumi Six Dynasties Civilization, di Albert E. Dien (2007) e Cambridge History of China volume 2. The Six Dynasties 220 – 589, a cura di Albert E. Dien e Keith N. Knapp (2019).

Nell’immagine in evidenza: affresco parietale raffigurante una scena di corte, scoperto nel villaggio di Wangjiafeng (prefettura di Taiyuan, Shanxi) all’interno della tomba di Xu Xianxiu, principe di Wu’an, morto del 571; dinastia sino-barbarica dei Qi settentrionali (550 – 577).