Nel 1644 gli eserciti della dinastia mancese dei Qing (1636 – 1912) dilagarono a sud della Grande Muraglia, conquistando, con una velocità sorprendente, la disastrata Cina dei Ming (1368 – 1644). Prima di questa data, durante il regno del condottiero Nurhaci (1559 – 1626) signore riconosciuto del Nordest dal 1616, i Manchu erano già stati esposti all’influenza tibetana grazie ai missionari della setta Sakya, una delle quattro principali scuole del Buddismo in Tibet, giunti probabilmente dalla Mongolia orientale.
A testimonianza di un rapporto di lunga data e privilegiato, il primo artefice delle fortune dei Manchu patrocinò nel 1621, al tempo della conquista definitiva della penisola del Liaodong, la creazione di un monastero dei “Berretti Rossi” (nome con cui erano conosciuti i monaci Sakya) nei pressi della capitale dell’epoca Mukden, la Shenyang cinese.
Nel 1636 Hong Taiji (1592 – 1643 – r. 1626 – 1643), figlio e successore di Nurhaci, si proclamò imperatore della dinastia Qing alla presenza di una delegazione di monaci tibetani, probabilmente di scuola Sakya. Grazie al favore della famiglia imperiale, oggetti di culto tibetani fecero il loro ingresso nel tempio ancestrale del casato Aisin Gioro, sempre a Mukden.
La preferenza verso il Buddismo di matrice tibetana, mossa da considerazioni squisitamente diplomatiche che la dinastia Ming aveva sempre trascurato per negligenza o impossibilità, si concretizzò nel 1642 con la prima missione ufficiale Qing alla corte del Dalai Lama, l’illustre Ngawang Lozang Gyatso (1617 – 1682) detto il “Grande Quinto”. Costui fece del Tibet lamaista una teocrazia retta dalla setta Gelug (o dei “Berretti Gialli”), dimostrando una non comune abilità nel mantenere proficue relazioni sia con gli innumerevoli principi Mongoli, tradizionali protettori del Tibet fin dal XIII secolo, sia con l’impero cinese il quale, guidato dalla giovane dinastia mancese, si stava risollevando da un lunga fase di decadenza. Con lui, il Tibet buddista visse un periodo di prosperità senza precedenti, emergendo come una grande potenza, politica e religiosa, dell’Asia interna.
Dopo l’occupazione della Cina settentrionale, la relazione tra i Manchu e il Tibet lamaista fu rafforzata non solo da ulteriori ambasciate a Lhasa ma, soprattutto, dalla visita che il Dalai Lama in persona fece a Pechino nel 1653, per rendere omaggio al giovane sovrano Shunzhi (Aisin Gioro Fulin, 1638 – 1641, r. 1643 – 1661), il primo della dinastia Qing a regnare sul trono che era stato dei Ming.
Per celebrare l’arrivo del Grande Quinto, Shunzhi ordinò già nel 1651 la costruzione di uno stupa su una isoletta di uno dei laghi a nord-ovest della Città Proibita, nel parco Beihai, nel sito in cui sorgeva l’antico palazzo della Luna di Kublai. La “Pagoda Bianca” (Baida, nell’immagine in evidenza) è uno stupa in stile tibetano, tuttora esistente, situato sul punto più elevato dell’Isola delle Ortensie (Qionghua dao). Alta circa 36 metri, la Baida è costruita in mattoni e pietra bianca e ospita reliquiari con scritture buddiste, vesti sacre e ciotole per le elemosine, nonché i resti, ceneri e ossa, di monaci famosi deposti qui dopo la cremazione. Distrutta da un terremoto del 1679, fu completamente ricostruita l’anno successivo e ripetutamente restaurata fino ai giorni d’oggi.
Dopo un’accurata pianificazione diplomatica e logistica, il Dalai Lama arrivò a Pechino nel gennaio del 1653, al termine di un viaggio lungo nove mesi. Nella decisione del Grande Quinto, da leggere nel quadro generale degli equilibri politici nella regione, non fu estranea l’approvazione da parte del potente Güshi Khan (1582 – 1655), il principe della signoria mongola dei Koshut il cui appoggio era stato determinante nell’ascesa politica della setta Gelug a spese delle altre scuole tibetane e che mirava a utilizzare la carta mancese contro le fazioni mongole rivali.
Tornato in patria, il Dalai Lama fece rappresentare un momento di questa storica visita in un affresco nel proprio palazzo a Lhasa, il Potala, la cui costruzione era iniziata nel 1645.
Qualsiasi interpretazione possa essere stata data dalla storiografia cinese, si trattò di un incontro tra pari. Lo dimostra il fatto che il quindicenne Shunzhi, nella speranza di aumentare la propria influenza sulle tribù mongole devote del Buddismo tibetano, trascurò volutamente il protocollo confuciano e, uscendo dalla Città Proibita, andò incontro al corteo del Dalai Lama. Il quale trascorse poi due mesi nella capitale cinese, soggiornando nel “Tempio Giallo” (Huangsi), un palazzo costruito apposta per lui e il suo seguito composto da circa 3.000 persone, alla periferia settentrionale di Pechino.
Il riconoscimento del Dalai Lama come “maestro spirituale” dell’imperatore Qing fu un elemento centrale nelle politiche che l’impero cinese portò avanti, non solo nel periodo immediatamente seguente all’incontro ma per tutto il XVIII secolo, al fine di prendere il controllo e consolidare la presa sugli altipiani tibetani e sul variegato universo mongolo.
Pur elargendo favori e sovvenzioni anche alle altre scuole buddiste (non solo tibetane) come quella Chan, tutti i sovrani Qing furono sempre attenti nei confronti del Buddismo lamaista, non facendogli mai mancare il sostegno (politico, finanziario e, all’occorrenza, militare) sino alla fine della propria storia dinastica. Un supporto che sarebbe stato determinante per l’edificazione del potere temporale dei Dalai Lama sulla propria terra.
Numerosi i testi che si soffermano sulla importante relazione fra la dinastia Qing e il Tibet dei Dalai Lama: fra i tanti La civiltà tibetana, di Rolf A. Stein, traduzione di Vincenzina Mazzarino (La civilisation tibétaine, 1962), Einaudi (1986), oppure Tibet. Storia della tradizione, della letteratura e dell’arte, di Hugh Richardson e David Snellgrove, traduzione di Giuditta Sassi (A Cultural History of Tibet, 1995), Luni Editrice (2004). Purtroppo solo in inglese, è da segnalare il volume A Translucent Mirror. History and Identity in Qing Imperial Ideology, di Pamela Kyle Crossley, University of California Press (1999), illuminante circa il ruolo svolto dal Buddismo di matrice tibetana nella formulazione dell’ideologia imperiale della dinastia Qing.
Per orientarsi nella Pechino della dinastia Qing molto utile si è rivelata la lettura del libro Pechino Imperiale, del compianto Adriano Madaro, Giunti Editore (2023).
