L’India, che aveva raggiunto l’indipendenza il 15 agosto 1947, fu una delle prime nazioni non-comuniste a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese (RPC), la cui fondazione era stata proclamata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949.
Nel 1950, l’ingresso dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) in Tibet non incrinò il rapporto tra i due giganti asiatici sebbene il lungo confine, ora in comune, fosse in molti punti male tracciato e potenziale fonte di contrasti.
Durante gli anni della guerra di Corea (1950 – 1953), l’India, pur inviando un contingente nella prima divisione del Commonwelth, rivestì anche il ruolo di intermediaria tra l’ONU e le autorità di Pechino; fra i vari compiti che gli ufficiali indiani svolsero ci fu quello di occuparsi dello scambio dei prigionieri.
Nell’aprile del 1955, il premier cinese Zhou Enlai fu assieme al leader indiano Jawaharlal Nehru il protagonista della conferenza dei paesi afro-asiatici di Bandung, in Indonesia. I due statisti concordarono che il sud del mondo dovesse collaborare per contrastare la diffusa povertà, la proliferazione degli armamenti e il persistente colonialismo.
La relazione sino-indiana precipitò nel marzo del 1959, con l’intervento dell’EPL in Tibet per soffocare il movimento di rivolta che stava infiammando la regione. Ignorando le proteste cinesi, l’India diede asilo al XIV Dalai Lama, leader spirituale e politico tibetano che creò a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh, un governo in esilio. Per sfuggire alla repressione cinese, circa 100.000 tibetani, fra i quali molti monaci, seguirono il Dalai Lama in India, mentre altre decine di migliaia ripararono in Nepal e in Bhutan.

I primi scontri alla frontiera si verificarono nell’estate del 1959, quando un gruppo di soldati indiani attraversò la linea McMahon, che dal 1914 delimitava il confine tra i due paesi a oriente del Bhutan; nell’occasione un militare di Nuova Delhi fu fatto prigioniero.
La situazione si aggravò con la costruzione da parte cinese di una strada rotabile nella regione dell’Aksai Chin, nel Ladakh orientale. Questa remota zona himalayana era rivendicata anche dall’India ma rivestiva per Pechino un ruolo strategico fondamentale, permettendole di mantenere comunicazioni dirette tra Xinjiang e Tibet.
In questo contesto, reso fragile dalle continue scaramucce di frontiera, il leader sovietico Nikita Krusciov accordò all’India un generoso prestito e rifiutò di sostenere le rivendicazioni territoriali cinesi.
Nel 1960, con la rottura ufficiale della collaborazione tra URSS e RPC, la dirigenza cinese divenne determinata nell’infliggere una sconfitta diplomatica a Mosca e, allo stesso tempo, a ridimensionare le pretese territoriali, eredità del periodo coloniale, di Nuova Delhi che, su pressione sovietica, aveva interrotto i negoziati.
Sul piano militare l’EPL, dopo la conclusione del conflitto coreano, era stato sottoposto a una riforma radicale per aumentarne l’efficienza. Sotto la guida del ministro Peng Dehuai l’esercito cinese fu ridimensionato, con un taglio del 50 percento dei precedenti 5 milioni di soldati. Allo stesso tempo il budget a disposizione fu aumentato, permettendo sia l’ammodernamento degli armamenti sia la creazione di una serie di accademie militari.
Nel 1955 iniziò la produzione in proprio, negli stabilimenti della Manciuria, di aerei da combattimento, modello MiG-17. Contemporaneamente fu allestita la prima flotta nazionale e, soprattutto, venne dato il via al programma che avrebbe portato la RPC a diventare, con il test nel poligono di Lop-nor (nello Xinjiang) il 16 ottobre 1964, una potenza nucleare.
Dall’altra parte, l’esercito indiano, che nel biennio 1947-48 si era cimentato positivamente nella guerra indo-pakistana, era equipaggiato con le più moderne armi occidentali e i suoi ufficiali erano il prodotto delle scuole militari britanniche.
I combattimenti ebbero luogo in tre scenari, su due fronti differenti. Un paio di focolai si accesero lungo il confine nord-orientale dell’India, tratteggiato dalla linea McMahon, in quella che allora era nota come NEFA (North East Frontier Agency, dal 1972 Arunachal Pradesh); un terzo, quello strategicamente più importante per Pechino, nel Ladakh.
L’EPL si rivelò preparato a operare a un’altezza media di 4.000 metri, con una tattica incentrata sul movimento e l’utilizzo di artiglierie leggere. Al contrario gli indiani pagarono a caro prezzo la sottovalutazione dell’avversario. Il risultato per Nuova Delhi fu una serie di repentine e dolorose sconfitte sul campo di battaglia.
Lungo la frontiera nord-orientale, era stata segnalata l’infiltrazione di unità cinesi oltre la linea McMahon già agli inizi di settembre del 1962, specialmente in prossimità della Thag La Ridge. Il comando indiano era certo di respingere facilmente il nemico, mentre la stampa incitava all’immediata espulsione delle forze cinesi dal territorio nazionale.
Il 22 settembre al generale Thapar, comandante in capo delle forze indiane nella NEFA che invano aveva invitato alla moderazione per evitare una pericolosa escalation, fu ordinato di scacciare immediatamente i cinesi; azione che si fece pressante quando giunse la notizia della scontro di Tseng-jong, avvenuto il 10 ottobre, nel quale, oltre a numerosi feriti, erano morti sette soldati indiani e altrettanti risultavano dispersi.
L’esercito indiano, al comando del generale Kaul, concentrò una forza di 2.500 uomini e allestì una serie di fortificazioni, sconfinando anche nel vicino Bhutan. I comandanti dell’EPL si resero conto di essere alla vigilia di un conflitto di grandi dimensioni e passarono, senza esitare, all’offensiva.
Il 20 ottobre iniziò la guerra, non dichiarata ufficialmente, tra Cina e India.
In questa data circa 30.000 fanti cinesi oltrepassarono la linea McMahon e travolsero le forze indiane. L’EPL attraversò il fiume Namkha Chu, prendendo il controllo di cinque ponti. Il 23 ottobre, Pechino autorizzò il proprio esercito a spingersi in profondità nel territorio nemico.
Di fronte all’avanzata cinese, le truppe indiane si ritirarono, abbandonando gli avamposti di Dhola, Khinzemane e Asang Dhor. Dopo cinque giorni, i soldati cinesi entrarono a Lumpu, cittadina indiana a circa 15 km a sud della linea McMahon, e costrinsero il nemico ad evacuare Tawang.
Da segnalare che in questi giorni Mosca fu molto cauta nelle sue dichiarazioni, evitando di prendere apertamente posizione e limitandosi a rimproverare gli Inglesi per aver lasciato in eredità, ai popoli cinese e indiano, un pessimo confine rappresentato dalla linea McMahon.
Il successo dell’attacco cinese in corrispondenza della Thag La Ridge fu ripetuto un mese più tardi a Bomdi La, centro attorno al quale ruotava tutta la strategia difensiva indiana. Con una manovra ben eseguita l’EPL riuscì ad aggirare le fortificazioni nemiche e, a metà novembre, circa 12.000 soldati indiani rischiarono di finire isolati. Dopo alcuni giorni di intensi combattimenti, il 19 novembre il centro cadde in mano cinese, sebbene gran parte delle forze indiane riuscisse a ripiegare verso sud.

Sul fronte del Ladakh, l’EPL lanciò l’offensiva sempre il 20 ottobre oltrepassando la linea Macartney-MacDonald, accettata sino ad allora come confine non ufficiale. Due avamposti indiani furono occupati il giorno dopo e altri cinque in quello seguente.
Il 24 ottobre i cinesi avevano completato l’occupazione della valle del fiume Galwan, dopo accesi combattimenti. Per prevenire ulteriori avanzate nemiche, il 28 ottobre l’esercito indiano sferrò un vigoroso contrattacco, utilizzando rinforzi fatti giungere dal resto del Kashmir e dal Jammu. L’iniziativa non sortì l’effetto sperato e l’EPL riprese a muoversi, catturando il 5 novembre Daulat Ben Oldi, in prossimità del passo Karakorum (5540 mslm).
Il 18 novembre ebbero luogo gli scontri di Rezang La e di Gurung Hill, noti collettivamente nelle fonti cinesi come battaglia di Banggongluo, i quali pur finendo in maniera disastrosa per Nuova Delhi diventarono il simbolo del coraggio e della determinazione del soldato indiano e sono tuttora commemorati.
Nel frattempo, il 26 ottobre, l’EPL aveva iniziato le operazioni anche nella parte più orientale della NEFA, sferrando un attacco alla città di Walong, in prossimità del passo Dipuk sul confino indo-birmano.
Inizialmente le forze indiane respinsero gli assalti cinesi ma, a partire dall’8 novembre, furono esposte a un continuo bombardamento da parte dei mortai nemici collocati sulle colline a nord e a nord-est della città.
Il 14 novembre, in occasione del 73esimo compleanno di Nehru, il comando indiano lanciò un assalto alle posizioni cinesi ma fallì nell’allontanare il nemico.
Con il prosieguo degli scontri, le munizioni iniziarono a scarseggiare per l’artiglieria di Nuova Delhi; il 16 novembre l’EPL diede l’assalto decisivo a Walong, che capitolò nel corso della giornata.
Con queste vittorie, nel Ladakh e nei territori della NEFA, l’esercito della RPC aveva raggiunto i propri obiettivi strategici, per cui il 21 novembre, il comando cinese proclamò un cessate il fuoco unilaterale. All’esercito indiano, incapace di organizzare una risposta adeguata, non rimase che prendere atto della situazione sul terreno. L’opinione pubblica mondiale non ebbe dubbi su quale delle due potenze fosse uscita vincitrice dal breve conflitto di frontiera.
Già durante i combattimenti in corso, alla fine di ottobre, erano iniziati i negoziati tra le due parti, nei quali era subentrata anche la mediazione di sei nazioni afro-asiatiche, il cosiddetto gruppo di Colombo. I contendenti fallirono però nel raggiungere un accordo: lo stallo si sarebbe protratto per anni; soltanto nel 1979 i colloqui ripresero, nel quadro di una situazione internazionale completamente diversa.
Con grande sorpresa di Nuova Delhi, Mosca appoggiò, tramite un editoriale sulla Pravda pubblicato ancora prima del cessate il fuoco, le richieste cinesi, che miravano sostanzialmente a vedere riconosciuto il controllo sull’Aksai Chin, in cambio della restituzione dei territori occupati a oriente. Delusa dall’ambiguità sovietica, l’India cercò un sostegno maggiore da USA e Inghilterra.
Agli inizi di dicembre, l’EPL si ritirò dalle posizioni conquistate oltre la linea McMahon: la mossa cinese fu probabilmente dettata dalla decisione sovietica di fornire aerei da combattimento all’India, al fine di riscattarsi dal proprio atteggiamento ondivago, nonché dal timore di un asse Mosca-Washington ostile a Pechino; invece i territori conquistati nel Ladakh rimasero, e lo sono tuttora, in possesso cinese.
Fra le conseguenze della rapida vittoria della RPC, da molti osservatori internazionali definita una vera e propria blitzkrieg, vi fu l’accordo sino-pakistano, siglato il 2 marzo 1963, con il quale veniva definito il confine tra le due nazioni: l’inizio di una proficua relazione che persiste ancora oggi.
Al termine dei combattimenti l’EPL registrò oltre 700 caduti. Le perdite indiane, fra morti e dispersi, si aggirarono (secondo stime statunitensi) attorno ai 3.000 uomini.
Questo conflitto presenta varie similitudini con quello del 1979, tra Cina e Vietnam. In entrambi i casi Pechino organizzò una “spedizione punitiva” per colpire, indirettamente, l’immagine di Mosca e, direttamente, un vicino con il quale i rapporti erano rapidamente passati da ottimi a pessimi, in primis per motivi territoriali ma anche per considerazioni strategiche, inerenti al Tibet (nel 1962) e alla Cambogia (nel 1979). Se nel primo caso l’EPL, temprato dall’ancora recente intervento in Corea, si rivelò una brillante macchina da guerra, nel secondo l’esercito cinese, uscito malconcio e demoralizzato dagli anni della Rivoluzione culturale e dalla tempesta ideologica scatenata da Lin Biao, ebbe enormi problemi ad affrontare i veterani vietnamiti. In ogni caso Pechino conseguì l’obiettivo, con un intervento relativamente breve, di “far perdere la faccia” alla odiata Mosca. Curiosamente in tutte e due gli scenari i contendenti evitarono di usare aerei da combattimento per evitare una escalation incontrollabile.

Fondamentali per la scrittura di questa pillola sono due testi, dai quali ho attinto la maggior parte delle informazioni: The China-India Border War, di James Barnard Calvin (1988, consultabile online) e il più recente Modern Chinese Warfare, 1795 – 1989, di Bruce A. Ellen (2001) che dedica a questo conflitto un lungo e approfondito capitolo. Ancora interessante risulta la lettura del saggio di Emilio Bottazzi Cina e India. Frontiere sotto il tetto del mondo, pubblicato nel 1975 dalla Cappelli editore.
Nell’immagine in evidenza una squadra dell’esercito indiano in pattuglia sul confine conteso.
Fonte foto: Wikipedia.