Alla morte del padre nel 1438, Esen (? – 1455) ereditò la carica di taishi degli Oirati, principale confederazione tribale della Mongolia occidentale.
Convertitosi all’Islam per motivi politici, il capo mongolo aveva imposto in un decennio la propria autorità lungo l’intero confine settentrionale dell’impero cinese, dalla Manciuria ad est alla città di Hami a ovest. La corte Ming del giovane imperatore Zhengtong (Zhu Qizhen, 1427 – 1464, r. 1435 – 1449) non aveva preso contromisure per arginarne l’ascesa e certamente ne sottostimava la forza militare, considerando ancora Taisun Khan (Toghto Bukha, r. 1433 – 1452), esponente di sangue genghiskhanide degli Yuan settentrionali (1368 – 1635), come l’unico sovrano dei Mongoli orientali e il leader più influente delle steppe.
Nel 1448 giunse a Pechino un’ambasciata oirata che però fu allontanata per volere della figura che dominava la corte, l’eunuco Wang Zhen (? – 1449), il quale non solo negò il pagamento dei cavalli portati dai Mongoli ma rifiutò di prendere in considerazione un accordo matrimoniale tra il figlio di Esen e una principessa Ming.
Nel luglio del 1449 Esen si sentì pronto per lanciare un’invasione su larga scala della Cina del nord. A oriente Taisun Khan, a capo dei guerrieri Uriyangkhad, attaccò le guarnigioni cinesi nel Liaodong; al centro Alag Temur, un subordinato di Esen, marciò sulla fortezza di Xuanfu, 180 chilometri a nord-ovest di Pechino; mentre a occidente lo stesso Esen avanzò contro la città di Datong, nello Shanxi settentrionale.
Lungo il cammino le forze guidate dal capo mongolo distrussero, il 3 agosto, un esercito cinese, mal equipaggiato e mal comandato, nella battaglia di Yanghe, subito a sud della Grande Muraglia, prima di riprendere l’avanzata su Datong.
La corte Ming prese una decisione totalmente inaspettata. L’imperatore ventiduenne fu incoraggiato da Wang Zhen a condurre personalmente l’esercito contro Esen, nel tentativo di emulare le imprese dell’illustre bisnonno Yongle (Zhu Di, 1360 – 1424, r. 1402 – 1424). Non è da escludere che le recenti notizie dei successi militari contro gruppi ribelli nel meridione dell’impero avessero convinto Wang Zhen dell’invincibilità delle forze Ming.
Quale che fosse la motivazione, la corte rimase attonita della decisione e non mancarono funzionari che invitarono Zhengtong a non mettere a rischio la propria persona. Le proteste rimasero del tutto inascoltate. I primi giorni di agosto l’imperatore nominò il fratellastro Zhu Qiyu (1428 – 1457) reggente per tutta la durata della campagna, e fu velocemente allestito un esercito forte, secondo alcune fonti, di circa mezzo milione di uomini.
Il comando comprendeva, assieme all’imperatore, una ventina di generali anziani oltre a numerosi funzionari di alto livello della gerarchia burocratica. Wang Zhen fungeva da supervisione e comandante in capo. La spedizione purtroppo fu mal organizzata fin dall’inizio e, soprattutto, condotta in maniera pessima. Tutto era pronto per il più grande disastro militare della dinastia Ming.
Zhengtong lasciò Pechino il 4 agosto. Il piano prevedeva di marciare verso ovest su Datong, passando attraverso il passo di Juyong e la roccaforte di Xuanfu. Da Datong sarebbe stata lanciata un’offensiva in direzione delle steppe, prima di tornare a Pechino lungo un più sicuro percorso meridionale, attraversando il centro di Yuzhou, luogo d’origine di Wang Zhen.
Furono preparate razioni per circa un mese, durante il quale l’esercito Ming avrebbe dovuto colpire con durezza il nemico. Disgraziatamente gli eventi presero sin dall’inizio una piega negativa.
La marcia fu costantemente bersagliata da piogge ininterrotte mentre le obiezioni dei generali, che esortavano l’imperatore a tornare nella capitale, furono zittite da un sempre più arrogante Wang Zhen. Il 16 agosto l’esercito arrivò sul campo di battaglia di Yanghe, ancora disseminato di cadaveri, e il 18, quando Zhengtong entrò finalmente a Datong, Wang Zhen fu convinto, dai comandanti della guarnigione, della eccessiva pericolosità di una spedizione nelle steppe. Fu quindi deciso di tornare a Pechino, non prima di aver dichiarato ufficialmente che la campagna si era conclusa vittoriosamente.
Il 20 agosto il convoglio imperiale si mosse in direzione di Yuzhou, mentre il malcontento serpeggiava sempre più forte fra le truppe. A questo punto Wang Zhen, temendo che l’indisciplina dell’esercito avrebbe potuto recare danni alle sue proprietà nella città natale, prese la decisione fatale: dirigersi verso nord e tornare lungo la stessa strada dell’andata, pericolosamente esposta agli attacchi mongoli.
Il 27 agosto un esercito Ming in condizioni pessime raggiunse Xuanfu. Dal 30 iniziarono le incursioni della cavalleria nemica.
La retroguardia Ming fu attirata in un’imboscata e rapidamente annichilita. Il grosso delle forze mongole incalzava da vicino l’esercito Ming quando questi, il 31 agosto, decise di accamparsi presso la fortezza di Tumu. Zhengtong avrebbe potuto dirigersi verso Huailai, un centro a poche miglia più difendibile, ma Wang Zhen rifiutò il consiglio dei militari, timoroso di perdere i propri bagagli.
Il primo settembre Esen circondò l’esercito cinese e propose di aprire dei negoziati. Wang Zhen non solo rifiutò ma ordinò di marciare verso Huailai. Circa 20.000 cavalieri mongoli attaccarono e il panico dilagò fra i soldati Ming. L’esercito cinese fu praticamente distrutto, con perdite superiori al cinquanta per cento. Tutti i generali e gli alti funzionari furono uccisi, mentre Wang Zhen trovò la morte, secondo alcune fonti, per mano dei suoi subordinati. L’imperatore fu catturato e condotto, il 3 settembre, all’accampamento mongolo, presso Xuanfu.

Da parte sua Esen era impreparato a gestire una vittoria di tale portata. Pechino, in pratica indifesa, non era lontana ma la forza a disposizione del capo oirato, circa 70.000 uomini, non pareva sufficiente per sferrare il colpo decisivo alla traballante dinastia Ming.
Per questo motivo Esen all’inizio cercò di utilizzare l’imperatore prigioniero per ottenere un riscatto da parte della corte Ming, nonché di strappare al controllo cinese le piazzeforti di Xuanfu e Datong. Queste ultime, però, rifiutarono categoricamente di aprire le proprie porte agli invasori.
A Pechino la notizia del disastro di Tumu e della cattura dell’imperatore gettarono la corte in confusione. Mentre l’imperatrice-madre e la principale consorte di Zhengtong si davano da fare per raccogliere il riscatto richiesto, tra i funzionari iniziava a circolare l’idea di spostare la corte verso sud. Più o meno quello che era stato fatto nel 1127, ai tempi dei Song, davanti ai Jurchen vittoriosi. Questa idea fu però fortemente contrastata da Yu Qian (1398 – 1457), viceministro della guerra, che dopo la morte del suo superiore a Tumu era stato incaricato della difesa della capitale. Al suo fianco si schierarono non solo i principali ministri ma, a sorpresa, anche gli eunuchi di corte.
Una volta che fu presa la decisione di rimanere a Pechino e di resistere ai Mongoli, il problema della successione dinastica divenne pressante. Poiché il figlio più anziano di Zhengtong era ancora un infante, la scelta più ovvia per il trono cadde su Zhu Qiyu, principe di Cheng, che già ricopriva la carica di reggente dall’inizio della sfortunata campagna.
Ottenuta l’approvazione dell’imperatrice-madre, il 23 settembre il principe assunse la carica di imperatore, con il titolo di regno (nianhao) di Jingtai (r. 1450 – 1457). Allo stesso tempo fu ordinato ai comandanti di frontiera di ignorare qualsiasi ordine fosse giunto a nome del sovrano in prigionia.
Con questa mossa, senza precedenti nella storia imperiale, non solo si voleva infondere coraggio all’esercito e alla popolazione della capitale ma si cercava anche di ridurre il valore della carta in mano di Esen. Le voci contrarie all’avvicendamento imperiale furono soffocate, con velocità e decisione. Una legazione fu inviata all’accampamento di Esen, dove Zhengtong fu informato della sua nuova posizione di imperatore emerito.
Come primo atto del nuovo sovrano, Yu Qian fu promosso a ministro, con poteri straordinari per fronteggiare la minaccia mongola. Circa 80.000 soldati furono ritirati da Xuanfu per ingrossare la guarnigione di Pechino, mentre altre forze furono richiamate dal Liaodong. Inoltre riserve furono mobilitate in tutte le province settentrionali dell’impero.
Nel momento in cui l’esercito di Esen si avvicinò a Pechino, la città era presidiata da oltre 200.000 uomini in armi, con i granai e i magazzini ben riforniti e pronti a fronteggiare un prolungato assedio. Come disposizione di massima, i generali presero il controllo delle truppe fuori le mura mentre i funzionari civili comandavano le forze in città. Le misure prese ebbero l’effetto immediato di aumentare il morale e la speranza nei cittadini della capitale, la quale indubbiamente visse uno dei momenti più fieri della propria storia.
Il primo ingaggio mongolo fu a Datong. Dopo aver portato l’imperatore prigioniero sotto le mura della fortezza i Mongoli spiegarono ai comandanti cinesi che il loro scopo era solo quello di restituire il trono a Zhengtong. I difensori rimasero sordi alle dichiarazioni mongole e dopo che anche la guarnigione di Yanghe rifiutò di arrendersi, Esen decise di abbandonare il piano di marciare direttamente su Pechino passando attraverso il passo di Juyong.
Preferì dirigersi verso sud-est, in direzione del valico di Zujing, per colpire la capitale Ming da sud-ovest. Dopo aver superato, durante il transito del valico, una tenace resistenza nemica, l’11 ottobre la cavalleria mongola giunse in vista di Pechino. Ancora una volta gli inviti al negoziato proposti da Esen, su consiglio dell’eunuco Xi Ning (già al servizio di Zhengtong, prima della disfatta di Tumu), furono rifiutati. La parola fu lasciata alle armi.
Seguirono una serie di battaglie, grandi e piccole, con largo utilizzo da parte cinese dell’artiglieria e della tattica dell’imboscata. Dopo aver sottoposto Pechino a cinque giorni di assedio il comandante mongolo, le cui forze erano circa un terzo di quelle dei difensori, ricevette la notizia che i rinforzi attesi erano stati bloccati al passo di Juyong. Realizzando che il successo era sempre più improbabile, Esen ordinò quindi la ritirata, durante la quale i centri urbani furono evitati mentre le campagne furono saccheggiate e devastate. L’esercito Ming non ostacolò la ritirata nemica, limitandosi ad attaccare le unità che erano rimaste isolate.
Se per la Cina Ming il momento peggiore della crisi era passato, per Esen il fallimento nel prendere Pechino segnò l’inizio della fine. Non solo tramontava il sogno, alimentato da Xi Ning, di conquistare la Cina settentrionale ma anche il controllo sulle steppe iniziava a mostrare delle crepe.
Pochi giorni dopo la ritirata da Pechino, Taisun Khan inviò una missione tributaria alla corte cinese da parte dei Mongoli orientali. Le incursioni oirate sul confine continuarono ma le difese Ming, sotto la supervisione del ministro Yu Qian, furono ulteriormente rafforzate.
Agli inizi del 1450 Xi Ning fu inviato da Esen per negoziare una pace duratura. L’eunuco fu però imprigionato, processato per tradimento e giustiziato. Perso il principale consigliere in materia di affari cinesi, Esen decise di ritirarsi nelle steppe. Le scaramucce di frontiera però non si interruppero.
Passate le preoccupazioni circa la propria sopravvivenza, la corte iniziò a riflettere sul futuro di Zhu Qizhen, già Zhengtong, non solo in cattività ma in condizioni sempre più precarie. I Mongoli ripetutamente tentarono di intavolare trattative per negoziarne la restituzione ma i Cinesi sospettavano, forse a ragione, che Esen avrebbe potuto utilizzare la riconsegna di Zhu Qizhen come pretesto per un nuovo attacco.
Nel frattempo Jingtai consolidava la propria posizione: l’imperatrice-madre e la consorte principale del precedente sovrano furono allontanate dalla corte interna, sostituite da quelle del nuovo imperatore. Le trattative comunque proseguirono e alla fine il censore Yang Shan (1384 – 1458) riportò a Pechino l’imperatore emerito. Esen non aveva più interesse nel tenere l’ormai ex sovrano nelle proprie mani.
Il 19 settembre 1450, Zhu Qizhen rientrò a Pechino, non prima di aver rinunciato formalmente al trono. Ad attenderlo Jingtai che velocemente lo fece scortare nella sua nuova residenza, il Palazzo Meridionale.
Nonostante la dinastia Ming fosse stata profondamente scossa dalla disfatta di Tumu, le difese della capitale ressero l’urto dell’assalto mongolo. I Ming non furono cacciati da Pechino e mostrarono la determinazione necessaria per conservare il controllo della parte settentrionale dell’impero.
La minaccia oirata, sommata alle ribellioni che sconvolsero nello stesso periodo le province di Fujian, Zhejiang e Jiangxi e alle alluvioni che interessarono il Fiume Giallo nella zona di Kaifeng, spinsero a una profonda riorganizzazione delle istituzioni imperiali, dalla quale emerse una nuova e più preparata leadership, burocratica e militare.
La relativa stabilità dell’impero Ming durante il resto del XV secolo e parte del successivo fu una conseguenza dello shock patito a causa degli eventi di Tumu. Indubbiamente anche il venire meno della minaccia costituita da Esen, che morì nel 1455 in seguito a un conflitto fra fazioni mongole, aiutò le autorità cinesi ad affrontare i vari problemi, interni ed esterni, e a creare le basi per uno Stato amministrato in maniera accettabile ed economicamente florido.

Per scrivere questo breve resoconto di uno degli eventi più drammatici del periodo Ming sono stati utilizzati, oltre ai principali manuali di storia cinese in italiano, il saggio La Grande Muraglia. Dalla storia al mito, di Arthur Waldron (1993; The Great Wall of China, 1990) nonché due testi in inglese: The Cambridge History of China, volume 7. The Ming Dynasty 1368 – 1644, part I, a cura di Frederick W. Mote e Denis Twittchett (1988), e Perilous Frontier. Nomadic Empires and China, di Thomas J. Barfield (1989).
Fonte foto Wikipedia.