Il regno di Wang Mang, l’usurpatore per antonomasia della storia cinese, era iniziato ufficialmente il 10 gennaio del 9 d. C. con la proclamazione della dinastia Xin. Le fortune della famiglia Liu e della sua dinastia Han sembravano tramontate per sempre, dopo oltre due secoli di luci e ombre.
Se la deposizione del precedente sovrano, il giovanissimo principe Liu Ying (5 – 25), e i primi anni di regno di Wang Mang furono sostanzialmente privi di opposizione interna, tranne alcune insurrezioni di membri del casato decaduto rapidamente soppresse, dal 18 il quadro interno fu contraddistinto da vaste rIbellioni contadine, innescate dalla grande alluvione dell’11, terzo anno dell’era Shijianguo.
Il Fiume Giallo, che sino ad allora aveva seguito un singolo percorso sfociando nei pressi dell’odierna Tianjin, aveva già rotto gli argini durante il regno di Han Pingdi (Liu Jizi, 9 a. C. – 6 d. C., r. 1 a. C. – 6 d. C.) allagando la parte meridionale della Pianura Centrale. Quando le acque si erano ritirate, il fiume nella sua parte finale si era diviso in due rami che si gettavano, rispettivamente, a nord e a sud della penisola dello Shandong.
La calamità naturale non si era ancora verificata in occasione del censimento imperiale del 2 d. C. (l’unico della Cina antica di cui ci siano giunti i dati). L’alluvione quindi deve essersi verificata tra il 3 e il 5 dell’era cristiana.
La popolazione, già provata, fu duramente colpita dall’inondazione dell’11: il Fiume Giallo cambiò nuovamente il proprio corso nel suo ramo settentrionale, che si spostò sensibilmente verso sud.
L’ennesima catastrofe devastò i territori più ricchi e popolati dell’impero, distruggendo gran parte della produzione di cereali e portando alla fame milioni di persone. Le autorità imperiali, pur intervenendo a livello locale, non avevano i mezzi necessari per far fronte a tutte le emergenze, compresa la riparazione di dighe e canali.
La grande massa degli insorti era formata in prevalenza da contadini sbandati che, dopo aver abbandonato le proprie terre, si erano dati al brigantaggio per sopravvivere. Il fenomeno però iniziò a diventare preoccupante per la corte di Chang’an (l’odierna Xi’an, nello Shaanxi) solo quando le bande si coalizzarono per provocare la caduta dell’imperatore Wang Mang.
Nell’anno 22, due gruppi di ribelli, fazioni del cosiddetto “Esercito del Bosco Verde” (Lülin) che si era formato nello Hubei, si allontanarono dalle loro abituali aree di azione, spinte da una pestilenza, alla ricerca di nuovi territori da saccheggiare.
Entrambe si diressero verso la provincia centrale di Nanyang, nello Henan, zona prospera e fino a quel momento pacifica, mettendo in allarme i grandi proprietari terrieri. Fra questi figuravano vari membri della ex famiglia imperiale Liu. Wang Mang infatti si era mostrato clemente con la piccola, ma numerosa, nobiltà Liu e, pur privandola dei titoli, l’aveva lasciata in possesso di gran parte dei beni.
Tra i personaggi più in vista della zona di Nanyang, vi erano Liu Xuan (? – 25) e due suoi cugini, i fratelli Liu Yan (? – 23, noto nelle fonti anche con il nome di cortesia di Bosheng) e, soprattutto, Liu Xiu (5 a. C. – 57 d. C.), tutti lontani discendenti del sesto imperatore Han, Jingdi (Liu Qi, 188 – 141 a. C., r. 157 – 141 a. C.).
Quando i ribelli si avvicinarono, Liu Xuan si unì a loro per poi diventare capo di una delle due bande. Allo stesso tempo Liu Yan, che già stava meditando la ribellione contro Wang Mang, aveva fatto causa comune con l’altro gruppo di insorti. Nel marzo del 23 le due formazioni si unirono e strinsero d’assedio Wancheng, il capoluogo provinciale.
In questa occasione la coalizione decise di annunciare un proprio imperatore. La scelta cadde su Liu Xuan, nonostante una personalità considerata da molti non all’altezza del ruolo. Costui, l’11 marzo del 23, fu proclamato imperatore della restaurata dinastia Han, inaugurando l’era Gengshi, ovvero “Rinascita”, che diventerà il nome con cui il sovrano passerà alla storia. A Liu Yan, indubbiamente il capo più talentuoso dell’Esercito del Bosco Verde, fu affidata la carica di primo ministro.
Nell’estate dello stesso anno la città di Wancheng si arrese agli insorti e pochi giorni dopo, tra giugno e luglio, l’esercito inviato da Wang Mang subì una sconfitta decisiva, nonostante la schiacciante superiorità numerica, nella battaglia di Kunyang, una località dello Henan centrale a poca distanza da Wancheng. L’armata vittoriosa era sotto il comando di Liu Xiu.
Nell’arco di alcune settimane dopo questi successi, l’imperatore Gengshi iniziò a liberarsi dei potenziali rivali, facendo giustiziare fra gli altri anche Liu Yan con la falsa accusa di alto tradimento.
Una dopo l’altra furono occupate dagli eserciti della rinata dinastia Han sia Chang’an sia Luoyang, la seconda città dell’impero. Quando cadde la capitale, senza resistenze da parte della cittadinanza, il palazzo imperiale fu assalito e dato alle fiamme. Wang Mang trovò la morte il 6 ottobre e il suo corpo venne fatto a pezzi: la testa fu inviata prontamente a Wancheng, la capitale provvisoria, dove fu esposta sulle mura. Il macabro trofeo fu conservato a corte sino alla fine del III secolo, quando finì distrutto in un incendio durante la dinastia dei Jin occidentali (266 – 316).
Dopo un breve soggiorno a Luoyang, l’imperatore Gengshi stabilì la propria residenza a Chang’an, facendovi il proprio ingresso nella primavera del 24.
Al fine di allontanare dalla capitale Liu Xiu, con cui il rapporto si era deteriorato dopo l’eliminazione del fratello maggiore, il nuovo sovrano gli affidò l’incarico di pacificare l’area nord-orientale dell’impero. Qui molti funzionari del precedente regime Xin si sottomisero; fra questi alcune figure che sarebbero diventate di rilievo nei decenni successivi.
Liu Xiu iniziò a godere di una grande popolarità, superiore a quella dell’imperatore Gengshi, fino a quando, il 5 agosto del 25, decise a sua volta di proclamarsi imperatore.

La successiva storiografia cinese, di matrice confuciana, ha descritto la restaurazione della dinastia Han come un evento ineluttabile dopo il disastro dell’usurpazione di Wang Mang. Nella realtà l’esito delle guerre civili fu a lungo incerto e numerosi furono i pretendenti al trono, alcuni dei quali si proclamavano legittimi eredi degli Han.
L’imperatore Gengshi non fu sconfitto direttamente da Liu Xiu. Un’altra formazione ribelle, originaria dello Shandong e passata alla storia con il nome di “Sopraccigli Rossi” (Chimei, dall’usanza di tingersi di rosso la fronte per distinguersi dalle altre bande di insorti), conquistò Chang’an nell’estate del 25 con l’obiettivo di saccheggiare la città. Una volta detronizzato Gengshi (che finì i suoi giorni in prigionia, strangolato), i capi dei ribelli proclamarono un proprio imperatore che fu scelto fra i discendenti di Liu Zhang, principe di Chengyang, un personaggio molto popolare fra gli abitanti del proprio feudo, da dove molti Sopraccigli Rossi provenivano. Dopo una lunga selezione la scelta cadde sul quindicenne Liu Penzi, che per un paio di anni fu una marionetta nelle mani dei ribelli.
Alla notizia della morte dell’imperatore Gengshi Luoyang si sottomise volontariamente a Liu Xiu. I Sopraccigli Rossi, nonostante la forza militare, non si rivelarono amministratori oculati, inimicandosi rapidamente con le proprie ruberie la popolazione di Chang’an e di tutto il Guanzhong (Shaanxi centrale), cuore dell’impero.
Non appena le risorse della regione occupata iniziarono a scarseggiare, le formazioni dei Sopraccigli Rossi si diressero verso oriente, nei territori di origine. Liu Xiu, anticipando le loro mosse, inviò due eserciti che bloccarono i ribelli a Yiyang e Xin’an, entrambe località non lontane da Luoyang diventata nel frattempo capitale dell’impero.
Nonostante un successo iniziale a Hu (oggi Sanmenxia, nello Henan), le milizie ribelli erano ormai stanche e demoralizzate. I capi dei Sopraccigli Rossi scelsero quindi di arrendersi a Yiyang, nell’estate del 27, direttamente a Liu Xiu, giunto sul teatro delle operazioni. Il nuovo imperatore risparmiò non solo loro ma anche il sovrano fantoccio (nonché lontano parente) Liu Penzi.
Sconfitti i Sopraccigli Rossi, Liu Xiu potè concentrare le proprie forze nella lunga ed estenuante impresa di riportare sotto controllo della restaurata dinastia Han le province sfuggite all’autorità centrale.
Solo nel 36, dodicesimo anno dell’era Jianwu, Liu Xiu, ricordato con il nome postumo di Guangwu (r. 25 – 57) e primo imperatore della dinastia degli Han orientali (25 – 220), concluse la pacificazione dell’impero, ponendo fine al regno scissionista di Chengjia, nel Sichuan, fondato nel 25 da Gongsun Shu che da Wang Mang era stato nominato governatore della provincia di Daojiang, l’area di Chengdu.
Nel 43 la corte di Luoyang fu sufficientemente forte da soffocare anche la ribellione guidata dalle sorelle Zheng (Trung) che dal 40 imperversava nella provincia di Jiaozhi, nell’attuale Vietnam settentrionale.
Non esiste manuale di storia cinese che non dedichi alla caduta di Wang Wang e alla restaurazione della dinastia Han un ampio capitolo. Non fanno eccezione Storia della Cina, di Mario Sabattini e Paolo Santangelo (Laterza, prima ed. 1986) e La Cina, I**. Dall’età del Bronzo all’impero Han, a cura di Tiziana Lippiello e Maurizio Scarpari (Einaudi 2013). Nella stesura di questa pillola è stata preziosa anche la consultazione del volume Cambridge History of China. The Ch’in and Han Empires, 221 B.C. – A.D. 220, a cura di Michael Loewe e Denis Twitchett (1986).
