La musica possiede in Cina una storia documentata di circa quattromila anni, in virtù del fatto che essa, assieme ai riti, è sempre stata considerata capace di indirizzare il comportamento umano grazie alla sua intrinseca moralità (se eseguita correttamente).
Sorvolando sul neolitico (che meriterebbe un approfondimento a parte), l’epoca arcaica, ovvero la dinastia Shang (circa 1600 – 1045 a. C.) e la prima parte del lungo periodo Zhou (circa 1045 – 256 a. C.), fu contrassegnata dalle prestigiose compagnie reali che accompagnavano canti e danze durante le celebrazioni rituali. Dopo questa fase si affiancarono, a partire almeno dal periodo degli Stati combattenti (453 – 221 a. C.), forme di fruizione più intimiste e private, con un sistema fondato sul simbolismo dei Cinque Elementi e dello yin-yang
La fondazione del primo impero unificato, nel 221 a. C., si accompagnò con il tramonto della precedente cultura musicale e l’elaborazione di una nuova realtà, incarnata nell’Ufficio imperiale per la musica, lo Yuefu. Istituito nel 120 a. C. per volere dell’imperatore Wu (Liu Che, 156 – 87 a. C., r. 141 – 87 a. C.), lo Yuefu fu incaricato della raccolta, della catalogazione, della composizione e dell’esecuzione delle musiche per la corte e, allo stesso tempo, dell’integrazione di melodie di origini popolari, provenienti da tutte le regioni, anche quelle più remote, dell’impero. Nuove esigenze e il mutamento del contesto sociale portarono gradualmente a una differenziazione sempre più marcata tra musica di corte e musica popolare.
La crescente influenza delle musiche regionali all’interno di contesti rituali stravolgerà a tal punto le abitudini musicali della corte che nel 7 a. C. l’imperatore Cheng (Liu Ao, 51 – 7 a. C., r. 33 – 7 a. C.) ordinerà la soppressione dello Yuefu.
Il periodo medievale e delle dinastie Sui (581 – 618) e Tang (618 – 907) fu caratterizzato dagli apporti stranieri, soprattutto dal mondo iranico, nonché dalla creazione di grandi complessi strumentali, con una vera e propria rivoluzione nel campo della strumentazione e una progressiva rinascita nella musica di corte.
Se l’occupazione mongola vide la nascita dell’Opera, con le sue centinaia di scuole e i suoi innumerevoli capolavori musicali, la dinastia Ming (1368 – 1644), culturalmente nazionalista e per molti versi xenofoba, tentò di imporre un ritorno alla tradizione medievale mentre sotto i Qing (1636 – 1912) conobbero uno straordinario sviluppo le musiche regionali, oltre a quella di corte.
Il XX secolo infine ha visto nascere gli assolo strumentali, sotto il crescente influsso dell’Occidente, mentre il furore iconoclasta della Rivoluzione culturale (1966 – 1976) non è riuscito a sradicare una tradizione che ha saputo conservare, fino a oggi, il sapere, l’arte e il fascino di un tempo.
Indubbiamente un momento cruciale nel corso dell’evoluzione storica della musica cinese è stato il cosiddetto “Medioevo”, ovvero il periodo delle Sei Dinastie (220 – 589), quando la cultura cinese fu aperta, come mai era accaduto in precedenza, alle influenze straniere.
Un manoscritto, oggi conservato in Giappone, contiene una composizione musicale che si ritiene possa essere stata scritta proprio durante il periodo delle Sei Dinastie, da Qiu Ming (493 – 590), noto nelle fonti anche come Qiu Gong ovvero “Maestro Gong”, che visse nella Cina meridionale alla fine della dinastia Liang (502 – 557).
Il componimento You Lan (“Orchidea solitaria”) fu pensato per il qin, nome antico del guqin, strumento a sette corde simile al salterio. Sebbene questo sia l’unico brano giunto sino a noi dal periodo medievale l’archeologia e la letteratura ci forniscono un quadro ricco ed esuberante del panorama musicale dell’epoca.
Come per altri aspetti della civiltà dell’Asia orientale, questo fu un periodo di grandi cambiamenti per la musica cinese, a partire dalla strumentazione. Durante le dinastie Shang e Zhou l’enfasi era stata posta su strumenti spesso grandi e ingombranti, come i litofoni e i carillon di campane (in Cina senza battaglio) utilizzati nell’esecuzione della musica rituale. Durante il periodo degli Stati combattenti e poi sotto i Qin (221 – 206 a. C.) e gli Han (202 a. C. – 220 d. C.) guadagnarono il favore del pubblico strumenti più leggeri e maneggevoli, tutti autoctoni del territorio cinese come il flauto verticale xiao, l’organo a bocca sheng, le cetre qin e se (o guse) oppure il violino a due corde erhu.
Strumenti musicali di provenienza centrasiatica iniziarono ad arrivare in Cina, con la mediazione delle città-Stato del bacino del Tarim, durante il periodo delle Sei Dinastie. Il processo raggiunse il suo culmine soprattutto sotto il secondo impero unificato delle dinastie Sui (581 – 618) e Tang (618 – 907), quando intere orchestre di provenienza occidentale (prevalentemente dal variegato mondo iranico) si esibivano presso la corte di Chang’an.
I gruppi d’origine sogdiana erano numericamente ristretti, composti di norma da un’arpa, un liuto, un flauto e un tamburello, fino a un massimo di nove elementi, mentre quelli indigeni, gli ensemble che ci cimentavano con la musica yanyue, ovvero da banchetto, e qingshang, erano formati da 23 artisti.
Anche la diffusione del Buddhismo diede un contributo significato a rimodellare il panorama musicale cinese, con le sue descrizioni del paradiso della Terra Pura pullulante di orchestre di strumenti stranieri.
Quando, agli inizi del IV secolo, la dinastia Jin perse il controllo delle regioni settentrionali, molte famiglie dell’aristocrazia si rifugiarono a sud del fiume Huai, portandosi dietro anche la propria tradizione musicale che diede poi vita, fondendosi con elementi meridionali, al genere qingshang, il quale conservò numerose caratteristiche dell’epoca Han.
La conferma viene dal Suishu, ovvero la “Storia dei Sui” (opera storica completata nel 636), che descrive le orchestre qingshang come le uniche a impiegare ancora i litofoni e i carillon di campane, tanto amati dalla tradizione più antica.
Circa sessant’anni dopo la divisione fra Nord e Sud sancita dal collasso della dinastia Jin nel 316, le storie dinastiche testimoniano la progressiva penetrazione delle melodie provenienti da Kucha nella Cina settentrionale. Quando Lü Guang, signore della guerra di etnia Di, fondò nel 386 la dinastia dei Liang posteriori (386 – 403) trasferì nella capitale Guzang, nel Gansu, gruppi di giocolieri, attori, ballerini e musicisti presi prigionieri durante il saccheggio di Kucha del 384. Fra i deportati figurava anche il monaco Kumarajiva (344 – 413), destinato a rivestire un ruolo fondamentale nella traduzione e nella diffusione in Cina dei testi buddisti in sanscrito.
I musicisti deportati si incontrarono e lavorarono a Guzang con gli artisti locali: da questa interazione nacque uno stile ibrido, chiamato Qin Han. Nel 403 i Liang Settentrionali, casata Xiongnu, conquistarono i Liang posteriori e assorbirono lo stile Qin Han, dando un contributo alla sua diffusione. A loro volta i Liang Settentrionali furono distrutti nel 439 dai Wei settentrionali, o Tuoba Wei (386 – 534), i quali ribattezzarono lo stile Qin Han “musica dei Liang occidentali”. Questa si diffuse ulteriormente e alla meta del V secolo le fu ufficialmente cambiato il nome in guoji, “melodia statale”.
Quando la residenza imperiale dei Wei settentrionali fu trasferita da Datong (Shanxi) a Luoyang (Henan) nel 494, la musica guoji divenne popolare nella nuova capitale, dove si dice che appassionò particolarmente l’imperatore Yuan Ke (r. 499 – 515, nome postumo Xianwu).
Gli strumenti impiegati per tale musica, che aveva le sue radici a Kucha, erano importati per la maggior parte dall’Asia centrale e occidentale. Tra questi figuravano l’arpa angolare (konghou), i cimbali (tongba), il liuto (pipa) a cinque o a quattro corde (detto per l’appunto “kucheano”).
Sicuramente almeno due insegnanti di liuto giunsero in Cina da Kucha: Cao Poloumen, attivo sotto i Wei occidentali (535 – 557), e Sujiva che lavorò durante i Zhou settentrionali (557 – 581). Il cognome del primo tradisce origini sogdiane mentre il nome proprio si traduce come “Brahmano”. Il secondo viaggiò da Kucha al seguito di una principessa reale, arrivando nel 568 nel territorio dei Zhou settentrionali. Qui un musicista cinese, Zheng Yi, ebbe modo di ascoltare Sujiva e di imparare lo stile kucheano, a sua volta portatore di influenze indiane.
La musica guoji rimase popolare in tutto il Nord. Durante la dinastia dei Qi settentrionali (550 – 577) venivano eseguiti a corte svariati tipi di musica, comprese le melodie kucheane e le cosiddette “danze del tamburo”.
Il primo imperatore di questa dinastia del tardo periodo medievale, Gao Yang (r. 550 – 559, nome postumo Wenxuan), amava le percussioni straniere e il liuto kucheano, mentre l’ultimo sovrano, Gao Wei (r. 565 – 577), viene ricordato solo per la sua passione incontrollabile per le “oscene melodie dei barbari”.
Si ha notizia anche dell’esistenza di orchestre “militari”, chiamate hengchui e già attestate in epoca Han, che includevano strumenti come corni ricurvi (la cui lunghezza superava anche il metro), tamburi e flauti di pan, tutti suonati da musicisti a cavallo, come testimoniano le statuine in terracotta di tanti corredi funebri settentrionali.
Numerosi musicisti dall’Asia centrale, fra cui gruppi che eseguivano brani d’ispirazione buddista, furono accolti nelle corti settentrionali del VI secolo. Quando Yuwen Yong, imperatore dei Zhou settentrionali (r. 560 – 578, titolo postumo Wu), sposò la figlia di un capo Tujue (Goktürk) nel 568, un gran numero di musicisti occidentali arrivò al seguito della sposa. Le nozze rinnovarono l’apporto centrasiatico, non solo da Kucha ma anche da Kashgar, Khotan, Samarcanda e Bukhara alla musica della Cina settentrionale. Nel 571 Yuwen Yong organizzò nel palazzo imperiale un imponente concerto con più di 500 musicisti, tutti magnificamente vestiti.
Quando i Sui riunificarono l’impero nel 589 gli orizzonti musicali cinesi si allargarono enormemente, con l’inizio di una nuova, straordinaria era. Da notare che, nonostante la notevole espansione della gamma degli strumenti a disposizione, i progressi nel campo della teoria musicale furono relativamente scarsi: i risultati raggiunti già sotto i Zhou, quando furono scoperti i metodi per costruire le scale, non furono fondamentalmente superati. Per vedere progressi effettivi sotto questo aspetto si dovrà aspettare la fine del XVI secolo, con la dinastia Ming.
Bibliografia utilizzata nella stesura della pillola:
La musica cinese. Le tradizioni e il linguaggio contemporaneo, a cura di François Picard e Enzo Rostagno, EDT (1998).
“Musica e rituale”, di Luca Pisano, in La Cina, volume 1 tomo 2. Dall’età del bronzo all’impero Han, a cura di Tiziana Lippiello e Maurizio Scarpari, Einaudi (2019), pp. 533 – 544.
“Music”, di Bo Lawergren, in The Cambride History of China, volume 2. The Six Dinasties, 220 – 589, a cura di Albert E. Dien e Keith N. Knapp, Cambridge University Press (2019). pp. 698 – 720.

Nell’immagine in evidenza, un affresco della tomba di Xu Xianxiu a Taiyuan (Shanxi) datato 571, dinastia dei Qi settentrionali (550 – 577), che mostra musicisti di corte mentre suonano strumenti a corda, liuqin o pipa, e una donna con un’arpa konghou.