La fine dei Zhou occidentali e l’inizio del periodo successivo, conosciuto come delle Primavere e degli Autunni, coincidono secondo gli studiosi con l’anno 771 a. C. quando il re Ping (Ji Yijou, r. 771 – 720 a. C.) e la sua corte, già indeboliti da guerre fratricide, furono cacciati dalla valle del fiume Wei, nell’odierno Shaanxi, da invasori Quanrong provenienti da nord-ovest. I resti del casato reale si rifugiarono precipitosamente nella capitale secondaria di Chengzhou, oggi Luoyang nello Henan, a sud del Fiume Giallo.
Il compito di coprire la ritirata della famiglia reale fu affidato al casato Ying del feudo di Qin. Per la vittoria riportata sui pastori Quanrong, al duca Xiang (r. 777 – 766 a. C.) fu concesso di installarsi nel territorio devastato corrispondente all’antico dominio Zhou, assumendo così uno status che gli permetteva di trattare da pari a pari con i signori dei grandi feudi.
Per convenienza gli storici utilizzano il 771 a. C. come l’inizio del periodo delle Primavere e degli Autunni, sebbene gli Annali delle primavere e degli autunni (Chunqiu) – una registrazione annalistica degli eventi del principato di Lu che dà il nome a questa fase storica e che la tradizione successiva attribuisce a Confucio – partano dal 722 a. C. Gli Annali arrivano sino al 486 a. C., anno preso da alcuni studiosi per far iniziare l’ultima fase dei Zhou orientali, il periodo detto degli Stati combattenti. Una proposta alternativa, in maniera forse più pertinente, sposta questo inizio al 453 a. C. in corrispondenza con la dissoluzione della potente signoria di Jin nelle tre formazioni rivali di Wei, Han e Zhao, protagoniste dei successivi conflitti, militari e diplomatici.
Nell’VIII secolo a. C. l’area che riconosceva la sovranità Zhou comprendeva il medio e basso bacino del Fiume Giallo, spingendosi a sud fino a includere la regione attraversata dallo Huai. Questo vasto territorio era diviso in circa centosettanta unità politiche, fra grandi e piccole, in cui il potere era nelle mani dei discendenti dei capi di lignaggio che avevano ricevuto l’investitura direttamente dai sovrani Zhou nel primo periodo della dinastia, tra il 1045 circa e il 771 a. C.
Approfittando del progressivo indebolimento dalla monarchia Zhou, i signori più potenti, e spregiudicati, iniziarono l’annessione dei principati più deboli: le tigri iniziarono a nutrirsi degli animali più piccoli (nell’immagine in evidenza). Quando ciò si verificava, era ancora necessaria la sanzione ufficiale della corte Zhou: il re, sebbene esautorato di ogni effettivo potere politico o militare, continuava a essere considerato la fonte prima di legittimazione.
Verso la fine del periodo dei Zhou occidentali, lungo il medio corso dello Yangzi si era costituito lo Stato di Chu il quale, pur godendo dell’influenza della più avanzata civiltà del Fiume Giallo, manteneva tratti culturali originali, come provato anche da numerosi ritrovamenti archeologici. In particolare si nota che le pratiche sciamaniche rivestivano una notevole importanza, in una fase storica in cui il ritualismo, che si era imposto con le riforme cultuali del IX secolo, le aveva condannate a un inarrestabile declino. Per i successivi cinque secoli, Chu avrebbe giocato un ruolo da protagonista nelle vicende del mondo cinese.
Dopo il trasferimento della corte, i Zhou si ritrovarono privi di una forza militare propria e quindi furono costretti a dipendere dall’aiuto dei signori limitrofi. Il primo a rispondere all’appello fu il casato di Zheng, insediato nell’odierno distretto di Xinzheng, nello Henan centrale. Il duca di Zheng, con il benestare di re Ping che aveva sostenuto durante il trasferimento a Luoyang, iniziò a espandersi annettendo i feudi vicini. Nel corso delle operazioni incontrò però la forte resistenza di Wey a nord, e di Song a est. Nella Pianura Centrale si creò quindi una situazione di equilibrio fra questi tre principati, con i sovrani Zhou sempre più in balia degli eventi.
Il VII secolo a. C. vide un mutamento radicale nel panorama politico generale del mondo cinese. Da un lato ci fu il declino inarrestabile delle signorie della Pianura Centrale, dilaniate da una condizione perpetua di guerra, dall’altro si ebbe l’emergere dei territori considerati in precedenza marginali. Questi ultimi, meno coinvolti nell’accanita competizione che sconvolgeva la culla della civiltà in Asia orientale, ebbero il tempo di espandersi e consolidarsi. Un processo che non solo allargò la sfera di influenza della civiltà di matrice Zhou ma, allo stesso tempo, permise di arricchirla, con l’adozione e l’assorbimento di tratti culturali esterni.
Prima del summenzionato Chu ad assumere una posizione di preminenza fu il principato di Qi, situato nell’odierna provincia dello Shandong, la cui posizione strategica gli consentiva di controllare le comunicazioni nella direttiva nord-sud. Il duca Huan, signore di Qi dal 685 al 643 a. C., poté avvalersi dell’ausilio del ministro Guan Zhong (720 – 645 a. C.), artefice di efficaci riforme in campo amministrativo e militare. Grazie all’abilità del proprio ministro, il duca Huan riuscì a diventare il primo di una serie di “egemoni” (ba), carica che comportava il privilegio di intraprendere campagne militari a nome del sovrano.
Nel 681 a. C. il signore di Qi convocò una prima conferenza dei principali duchi del bacino del Fiume Giallo, per concordare comuni misure di difesa contro la potenza crescente di Chu e la minaccia, sempre attuale, dei “barbari” Rong, Man, Yi e Di.
Per analogia si è voluto attribuire a questi popoli, specialmente le tribù Rong, caratteristiche proprie dei successivi nomadi delle steppe. In realtà la ricerca archeologica più recente traccia un quadro differente dei cosiddetti barbari del periodo delle Primavere e degli Autunni: genti dedite a un’economia mista agro-pastorale, residenti in città e villaggi difesi da mura in terra battuta, con eserciti composti da fanteria e carri da guerra e che, nel corso dei secoli, avevano instaurato con la Pianura Centrale ogni tipologia di scambi, non solo commerciali ma anche matrimoniali.
Ostentando la propria lealtà al sovrano Zhou, Qi assunse le funzioni di garante dell’ordine: nel 667 a. C., nel corso dell’ennesima conferenza tenutasi a Kuiqiu, nello Henan, il duca Huan fu riconosciuto leader di un’ampia coalizione di signori e successivamente il re Hui (Ji Lang, r. 676 – 652 a. C.) gli conferì il titolo di egemone.
Negli anni successivi Qi intervenne nel principato di Song per porre fine ai disordini interni, sostenne gli altri feudi contro le incursioni dei barbari e nel 656 a. C., alla testa di una vasto schieramento, costrinse Chu a versare tributi alla corte Zhou, frenandone temporaneamente le ambizioni. Che lo Stato di Chu guardasse lontano è confermato anche dal fatto che già nel 706 a. C. un suo sovrano aveva adottato il titolo di re (wang), palesando così la volontà di autonomia rispetto allo Stato Zhou.
La nascita dell’egemonia, istituzione destinata ad avere una duratura influenza in tutta l’Asia orientale (non ultimo sullo shogunato giapponese), sancì un nuovo ordine, con il re Zhou ridotto a suprema autorità religiosa ma privo di qualsiasi potere effettivo, i principati della Pianura Centrale sulla via del tramonto e quelli situati in posizione periferica sempre più potenti, grazie alla maggior disponibilità di risorse umane e materiali.
Dopo la morte del ministro Guan Zhong, seguita a breve distanza da quella del duca Huan, Qi fu travolto da lotte di successione. Della situazione caotica cercò di approfittare Chu, che riprese la spinta espansionista verso settentrione. Questa volta giunse in aiuto di un sempre più traballante trono reale il duca Wen di Jin (r. 636 – 628 a. C.). Al comando di un esercito composto da più di 700 carri da guerra, il duca Wen inflisse nel 632 a. C. una pesante sconfitta nella battaglia di Chengpu, nello Henan, al nemico meridionale, guadagnandosi sul campo la carica di egemone.
Nonostante la disfatta, Chu non perse né la forza né la voglia di un pronto riscatto. Si instaurò così un equilibrio di forze fra le due realtà politiche più potenti, Jin a nord e Chu a sud. Una stabilità fragile ma che comunque sarebbe durata sino alla fine del VII secolo a. C.
In questo periodo anche il principato di Qin, con il duca Mu (r. 659 – 621 a. C.), cercò di inserirsi nella lotta per l’egemonia, ma senza un successo duraturo. Nel 597 a. C. l’esercito di Chu riuscì ad avere la meglio su quello di Jin nella battaglia di Bi, nello Henan, e il vittorioso sovrano meridionale, re Zhuang (r. 613 – 591 a. C.), impose la propria supremazia sui principati della Pianura Centrale.
La condizione di belligeranza continua era talmente gravosa che nel 546 a. C. una conferenza convocata dal signore di Song stabilì che i duchi avrebbero pagato un doppio tributo, sia a Jin sia a Chu. Ma il palcoscenico era pronto per l’emergere di nuove potenze, questa volta originarie del basso corso dello Yangzi: Wu, nell’attuale Jiangsu, e Yue, nell’odierno Zhejiang. Entrambi gli Stati si collocavano all’estrema periferia sud-orientale del mondo Zhou, con caratteristiche proprie ancora più marcate di quelle di Chu. Inoltre Yue era praticamente sconosciuto prima del VI sec. a. C.
Nel 506 a. C. Wu, guidato dal re Helü (r. 514 – 496 a. C.) e con l’ausilio di alcuni validi strateghi (fra i quali Sun Wu, autore del celebre trattato L’arte della guerra), lanciò una serie di attacchi contro Chu, prevalendo in cinque battaglie campali e riuscendo infine a occuparne la capitale Ying (oggi nei pressi di Jingzhou, Hebei). Il re di Chu fu costretto alla fuga e l’intero Stato sarebbe probabilmente caduto sotto il controllo degli invasori se non avessero avuto luogo due fatti concomitanti: il provvidenziale intervento di forze Qin al fianco di quelle Chu, che permise la riconquista di Ying, e soprattutto l’assalto rivolto contro Wu da parte del vicino meridionale Yue.
La lunga e cruenta guerra fra Wu e Yue si concluse nel 473 a. C. Dopo un assedio lungo tre anni, le armate Yue del re Goujian (r. 496 – 465 a. C.) si impadronirono della capitale nemica Gusu (l’odierna Suzhou), per poi procedere all’annessione di tutto il territorio rivale.
Nel frattempo il grande principato di Jin, nel cuore della Pianura Centrale, era sempre più lacerato dalle lotte interne fra clan: convulsioni fatali, che nel 453 a. C. avrebbero causato la suddivisione di Jin in tre entità statali autonome. La nuova situazione sarebbe stata riconosciuta dalla corte Zhou solo nel 403 a. C. e la casata Jin avrebbe continuato a controllare un piccolo territorio sino al 376 a. C. ma la Cina era ormai entrata in una nuova fase della propria storia, per molti versi ancora più dinamica e burrascosa della precedente, quella degli Stati combattenti.
Il periodo delle Primavere e degli Autunni fu caratterizzato da ampie trasformazioni in quasi tutti gli aspetti della realtà Zhou. Non appena re Ping stabilì la corte a Luoyang, la struttura feudale del regno iniziò a disintegrarsi. I conflitti continui ridussero il numero di principati che, alla metà del V secolo, erano appena una decina. Al contrario, il numero di nobili decaduti crebbe rapidamente alimentando la classe nascente degli shi, i gentiluomini che non solo avrebbero rifornito di quadri le nascenti burocrazie statali ma si sarebbero dedicati anche alla speculazione politica e filosofica, nonché alla stesura di codici di comportamento e di regole di etichetta. Il pensiero cinese visse infatti, fra VI e IV secolo a. C., uno dei periodi più fecondi della propria storia e Confucio (Kong Qiu, 551 – 479 a. C.) fu solo uno dei tanti maestri che si contesero l’attenzione dei governanti.
Fra gli elementi che incisero sull’evoluzione del periodo in questione vi fu indubbiamente l’istituzione del sistema dell’egemonia, largamente riconosciuto dai principati della Pianura Centrale e non solo. Vanno menzionati anche l’integrazione dello Stato meridionale di Chu, seguito da Wu e Yue, in un sistema politico e diplomatico di valori condivisi, con il raggiungimento di un livello senza precedenti di pluralismo culturale, nonché l’accentramento dei poteri all’interno dei singoli Stati e principati, sia attraverso il reclutamento di ministri e funzionari capaci, privilegiando il merito rispetto all’albero genealogico, sia adottando nuovi sistemi di amministrazione (ad esempio con la suddivisione del territorio in distretti, xian).
A livello sociale, si ebbe l’emergere graduale della piccola e media proprietà contadina a scapito del tradizionale possesso collettivo della terra, gestito dai villaggi. Non meno secondario fu l’inizio della lavorazione del ferro (tramite fusione piuttosto che forgiatura) che innescò una vera e propria rivoluzione tecnologica: abbondanza non solo di armi ma anche di strumenti agricoli capaci di mettere a coltura territori prima preclusi all’agricoltura. Da parte loro le attività commerciali svilupparono un raggio di azione sempre più vasto e furono accompagnate dai primi esempi di monetazione metallica, sintomo di una economia dinamica e in forte crescita in tutti i suoi settori, artigianato compreso.
Sull’onda dalla crescita demografica si ebbe lo sviluppo delle città che da centri cerimoniali, abitati in prevalenza dai lignaggi aristocratici e dai loro servitori, si trasformarono progressivamente in centri urbani con funzioni amministrative ed economiche, anche di dimensioni notevoli. Le capitali e i capoluoghi distrettuali cominciarono a essere circondati da una doppia cinta di mura, quella interna a difesa del centro politico e amministrativo, quella esterna che racchiudeva l’area residenziale, i mercati e i quartieri manifatturieri.
La Cina aveva imboccato la strada che, nel giro di poco più di due secoli, l’avrebbe condotta all’unificazione imperiale.
Nella stesura dei questa pillola ho ampiamente attinto dal classico Storia della Cina, di Mario Sabattini e Paolo Santangelo (Einaudi 1986), alfa e omega per ogni interessato italiano alla storia cinese, con integrazioni dal corposo volume Cambridge History of Ancient China” (Cambridge University Press 1999) e in particolare dal capitolo 7, “The Waning of the Bronze Age: Material Culture and Social Developments, 770-481 B.C.”, di Lothar von Falkenhausen, e dal capitolo 8, “The Spring and Autumn Period”, di Cho-yun Hsu.
